“Sfigati ed a caro prezzo”. Dopo l’affermazione del viceministro al Welfare Martone che ha ritenuto definire sfigati i giovani italiani che si laureano dai 28 anni in su, si è ritenuto opportuno fare due conti, perché è stato scoperto che oltre ad essere meno bravi degli altri, sono anche particolarmente onerosi per lo Stato.
Le stime riferite all’anno 2009/2010, parlano di 412mila sfigati, ovvero di giovani che si laureano tra i 27 e i 29 anni.
Se poi si tiene conto della possibilità che oltre al lavoro, uno studente potrebbe anche decidere di lavorare, allora si può rientrare in una fascia minore (del 14%) che comprende laureati over 30 perché rallentati appunto dalle attività extrauniversitarie.
Il calcolo tra sfigati e fuori corso (ovvero coloro che impegnano giusto un anno in più del dovuto), porterebbe ad un totale nell’anno accademico 2009/2010 di circa 614mila studenti che graverebbero allo stato una cifra mastodontica: 4.4 miliardi di euro in più causati dai “ritardi”.
Ma una buona analisi del sistema universitario, non sarebbe tale, se ci soffermassimo soltanto alle cause riguardanti gli studenti.
Sicuramente della percentuale dei fuori corso, una buona parte sono coloro che hanno perso tempo, che fanno dell’Università un luogo di ritrovo più che di studio, ma esiste un'altra fetta di persone, che viene comunque additata come “sfigata” da Martone, ma non lo è per niente.
Per ciò che invece riguarda proprio l’Università in sé, non si può non condannare un sistema che è rimasto indietro rispetto a tutti gli altri Stati Europei. La struttura dei corsi universitari italiani, fa in modo che uno studente è burocraticamente rallentato da esami divisi in tante parti (prova scritta, orale e molto spesso anche pratica), per non parlare poi di Facoltà che per “il buon nome” e per la mancanza di test di ammissione, effettuano una “selezione naturale” agli esami, bocciando senza nemmeno approfondire troppo la preparazione dello studente.
Attualmente in Italia le facoltà più lente, sono quelle di Architettura e Giurisprudenza; per la prima un’idea non è difficile farsela, considerando che ogni esame tra prove orali, scritte e disegni, fa perdere parecchio tempo.
Infine il danno oltre la beffa consiste nella percentuale di studenti “laureati” ma disoccupati: considerando sempre l’a.a 2009/2010, di 289mila laureati solo 74mila sono stati chiamati dalle aziende.
A questo punto sarebbe lecito domandarsi: è più sfigato uno studente “che se la prende comoda”, o uno Stato europeo che non mette in moto sistemi di riforma offrendo ai giovani nuovi sbocchi professionali tali da incentivare uno studio assiduo e costante?









