Il 7 gennaio 2010 sarà una data da ricordare per la Calabria e per l’Italia intera. E sarà bene ricordare a lungo questa pagina “nera”, è il caso di sottolinearlo, della storia italiana che ancora in queste ore si sta scrivendo. Immigrati in fuga da una terra, dalla quale forse, a volte, anche gli autoctoni vorrebbero fuggire. E chissà se infondo non siano più fortunati proprio loro, quegli immigrati vilipesi, sfruttati, privati della dignità di esseri umani perché costretti a vivere come animali, ma che, adesso, la Calabria, la stanno lasciando.
Persino la BBC se ne occupò un anno fa, realizzando un reportage; poi il tg1 ne parlò una volta, e adesso, nel dare la nuova notizia, il conduttore ha tenuto a precisare che già se ne erano occupati tempo fa, da bravi giornalisti. Certo, forse una volta, in un servizio di un minuto e mezzo. Ma sta di fatto che il 7 gennaio tutta l’Italia e stavolta proprio tutta, ha scoperto dell’esistenza di un paese della piana di Gioia Tauro, Rosarno, divenuto suo malgrado famoso.
Paese di agrumi, di lavoro stagionale e di ‘ndrangheta. 25 euro al giorno, e nemmeno a volte, guadagna un immigrato che va a spaccarsi la schiena negli aranceti dove per la stessa cifra i ragazzi italiani non andrebbero mai. D'altronde la cifra quella deve essere, perché il mercato è in crisi e gli agricoltori non ce la fanno. E va bene, sono immigrati: la vita del migrante è fatta di sfruttamento e stenti, almeno all’inizio. E questo gli Italiani lo sanno bene, e i calabresi poi, non ne parliamo.
Va bene sottopagati, va bene sfruttati, e va bene anche ridotti ad abitare in capannoni dismessi dell’era postindustriale calabrese - se mai ce n’è stata una industriale - dove i bravi giornalisti del tg1, sempre loro, ci dicono che è impossibile anche solo tentare di descrivere il cattivo odore emanato da quei divisori di cartone, dai panni sporchi, dalla fanghiglia che si crea sul pavimento quando piove e l’acqua entra dal tetto semicrollato e insomma, dal mescolarsi di tutte queste cose maleodoranti insieme. Miasmi che esalano da cumuli di rifiuti e sporcizia, dai corpi stessi di quei lavoratori – perché è quasi impossibile, e forse anche inutile, lavarsi lì - dalle centinaia di vite immigrate costrette a convivere e a dividere quello che non è cattivo odore ma puzza nauseante, l’umidità di quelle mura di cartone impregnato del vapore prodotto dalla cottura del povero cibo e che tentano disperatamente di offrire un’ultima, desolante parvenza di riservatezza.
Ma a un certo punto qualcosa va storto: la goccia che fa casualmente traboccare il vaso, o lo studiato e riuscito tentativo di sollevare proteste feroci da ogni lato.
Il 7 gennaio a Rosarno scoppia la rivolta degli immigrati, sono 1.500. Centinaia le vetture distrutte, i cassonetti ribaltati e gli esterni delle abitazioni danneggiati. La guerriglia urbana ad opera di immigrati non è un fatto che l’Italia conosce, è il primo caso questo. Lavoratori extracomunitari utilizzati nella raccolta stagionale di agrumi e “alloggiati” nell’ex Opera Sila e in altri capannoni in disuso o in casolari abbandonati, hanno dato il via alla feroce protesta a seguito del ferimento da parte di ignoti di due loro compagni con un’arma ad aria compressa e pallini da caccia. Armati di spranghe e bastoni hanno cominciato a seminare il terrore nel paese ferendo alcuni cittadini.
Nulla ha potuto contro la rabbia che esplodeva la polizia in assetto antisommossa. Nel pomeriggio, dopo alcuni tentativi di mediazione e all’arrivo dei rinforzi è salita nuovamente la tensione e le forze dell'ordine hanno dovuto caricare. 5 persone fermate e alcuni contusi a causa della carica di alleggerimento della polizia quando dal gruppo di immigrati era partita una sassaiola. Sul posto nel tentativo di mediare è poi arrivato il commissario prefettizio Francesco Bagnato, che regge il comune dalla fine del 2008 in seguito al suo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Ed era proprio con lui che agli immigrati premeva parlare, per tentare di risolvere una volta per tutte la loro disperata situazione.
Di ieri la notizia di altri tre agguati ai danni di extracomunitari: un giovane di 29 anni del Burkina Faso, colpito con un fucile a pallini e altri tre presi a sassate mentre erano in macchina; un casolare bruciato da una decina di italiani, ma fortunatamente, gli occupanti sono riusciti a dare l’allarme e a fuggire. E poi la rabbia legittima e la paura ovvia dei cittadini di Rosarno, che a causa di un atto, sconsiderato o meditato che sia, del tutto incolpevoli, si sono visti un paese messo a ferro e fuoco, uomini, donne, bambini aggrediti e colpiti gravemente. Per anni, dicono in molti, la popolazione rosarnese si è distinta per accoglienza e solidarietà, ma la paura ha fatto scattare la reazione alla violenza degli immigrati, reazione dura ed esasperata. E forse sapientemente manovrata da qualcuno.
In tutto sono 50 i feriti: 21 immigrati di cui 8 in ospedale, 14 italiani che hanno voluto solo farsi medicare e 18 tra poliziotti e carabinieri. 5 gli immigrati fermati e tre i Rosarnesi, tutti con precedenti penali. Uno è il figlio di un esponente di spicco della cosca Bellocco che insieme a un’altra ‘ndrina si divide il territorio di Rosarno.
Le cosche, sembra ci siano loro dietro tutto questo, a quanto risulta dalle indiscrezioni provenienti da fonti investigative. Ma il procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo non conferma questa che è solo una delle ipotesi cui stanno lavorando gli inquirenti, e cioè che le cosche abbiano “cavalcato” le proteste per fini ancora tutti da chiarire.
Intervistata da Art. 21 ci pensa però Angela Napoli a dare una sua spiegazione ai vari fatti che recentemente hanno portato la Calabria ad aprire tutti i telegiornali nazionali e che la deputata del Pdl e membro della commissione Antimafia crede essere intimamente collegati: «La provocazione di Rosarno è stata fatta di proposito per deviare l’attenzione dai fatti di Reggio Calabria. Per quanto riguarda la bomba a Reggio Calabria e la vicenda di Rosarno, intravedo la mano della 'ndrangheta, è molto strano che tali reazioni siano state suscitate in un giorno particolare e proprio mentre era in corso a Reggio Calabria il vertice del Consiglio Nazionale sull'Ordine Pubblico e la Sicurezza. Non dimentichiamo che le reazioni di Rosarno sono nate a seguito di un attentato, anche se non propriamente tale, ad opera di giovinastri a bordo di una macchina, dei quali non si sa se appartengono al gruppo dei rosarnesi arrestati tra i quali c'è un certo Andrea Fortugno, già noto alle forze dell’Ordine e già arrestato, nei confronti della cui liberazione abbiamo visto gli striscioni in bella mostra davanti alle telecamere, ma che è legato ad una delle più importanti cosche di Rosarno».
Il presidente della regione Calabria Agazio Loiero fortemente preoccupato al primo esplodere delle proteste ha infatti dichiarato: «Quello che sta avvenendo è il frutto di un clima di intolleranza xenofoba e mafiosa che non riguarda ovviamente la popolazione di Rosarno, giustamente allarmata per la situazione di tensione che si è determinata con la rivolta degli extracomunitari sfruttati, derisi, insultati e ora, due di loro, feriti con un'arma ad aria compressa. Auspico che dal ministero dell'Interno arrivi una forte iniziativa che tutelando i cittadini di Rosarno tuteli anche quei tanti disperati contro cui per la seconda volta si è indirizzata la violenza criminale».
E a queste dichiarazioni sono da aggiungere quelle di Casini intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”: «Lo Stato in Calabria non c'è. Lo stato è morto e la 'ndrangheta regola i rapporti sociali. Non possiamo non farci carico dell’indignazione della gente ma dobbiamo anche denunciare che tanti italiani trattano queste persone come delle bestie. La Lega – ha aggiunto il leader dell’Udc - interpreta umori reali ma la politica non deve ingigantire i problemi ma risolverli. Hanno parlato delle ronde che sembrava dovessero risolvere i problemi. Dove sono le ronde? In Calabria non aspettavano le ronde ma i carabinieri e la polizia che sono arrivati dopo 48 ore».
Intanto il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha istituito una task force, insediata a Reggio Calabria e incaricata di individuare una soluzione alla tensione tra i cittadini italiani e gli stranieri che vivono a Rosarno. 1 milione e 900mila euro sono stati messi a disposizione dal Governo per l'emergenza. Sono soldi provenienti dalle confische alla 'ndragheta e immediatamente utilizzabili. La cifra è a disposizione della task force composta dai ministeri dell'Interno e del Welfare e della Regione Calabria per interventi, a breve e medio termine, finalizzati all'organizzazione di centri di aggregazione sociale, alla bonifica di zone disagiate e all'investimento in opportunità di sviluppo. Il ministro aveva imputato i gravi fatti di violenza alla troppa tolleranza nei confronti di un’immigrazione clandestina che «da una parte ha alimentato la criminalità e dall'altra ha generato una situazione di forte degrado come quella di Rosarno».
Ma il leader del Pd Bersani ha così replicato alle parole del ministro: «Mi dispiace molto che il ministro dell'Interno Roberto Maroni non abbia perso l'occasione anche stavolta di fare lo scaricabarile sull'immigrazione clandestina. Vorrei ricordagli che subiamo anche danni, in vigenza, di una legge che si chiama Bossi-Fini. E' ora che se lo ricordi anche il ministro».
Tensioni anche a Roma durante un sit-in di protesta e di solidarietà agli immigrati tenutosi diananzi al Viminale: scontri con la polizia e qualche ferito.
Il Vaticano infine col Cardinal Bertone esprime tutta la sua preoccupazione per «le gravi condizioni di lavoro cui sono sottoposti gli immigrati», tuttavia «lo strumento della violenza è da bandire». Gli immigrati «offrono un servizio prezioso all'agricoltura e alla comunità locale» e la soluzione per il segretario di Stato Vaticano dimorerebbe in «un riscatto di vita secondo giustizia».
Intanto circa 709 immigrati, alcuni regolari, altri clandestini o rifugiati politici hanno preso la decisione di andarsene da Rosarno. Saranno accolti nei centri di prima accoglienza di Crotone e Bari, altri con mezzi di fortuna, autonomamente, hanno deciso di partire. Via da Rosarno, via dalla Calabria, verranno a Napoli, a raccogliere pomodori nelle campagne della nostra regione, nell’agro pontino, o andranno più su al nord, chissà.
Il popolo di internet già si mobilita e organizza per il 1 marzo "lo sciopero dell’immigrato" ispirandosi a un movimento francese nato per lo stesso motivo. Il colore scelto sarà il giallo, già usato per altri eventi antirazzisti. La manifestazione, come tengono a specificare gli organizzatori, ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza, anche economica, degli immigrati nel nostro paese. Già in diverse città italiane, tra cui Napoli, sono sorti comitati organizzativi.
Il nuovo anno è cominciato da soli dieci giorni. A tutti i migranti che l’Italia, malgrado tutto, accoglie, ancora non è troppo tardi e d’altronde non lo è mai, per augurare, in questi giorni tristi, un futuro migliore nel nostro Paese.



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