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Peggio della Corea del ’66, adesso è l’ora del mea culpa di tutti

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Quagliarella Italia

Non è facile individuare, dopo una Caporetto calcistica, di chi siano le colpe. E’ fin troppo facile puntare il dito contro il commissario tecnico, che pure ha le sue colpe, come le hanno i giocatori, la Figc, perfino giornalisti e tifosi. Perché quando la disfatta è totale, bisogna sedersi e riflettere, capire dove si è sbagliato e ripartire.

La Corea del Nord del 1966 fu un episodio diverso. Partimmo forti (2-0 al Cile), cedemmo all’Unione Sovietica (1-0) e poi, nel momento decisivo, quando bastava il pari, ci punì Pak-Do-Ik per l’1-0 nordcoreano che, fino ad oggi, era il punto più basso della storia della nostra nazionale. Ma fu un singolo episodio, sebbene di proporzioni enormi. Una partita la vincemmo, non eravamo campioni del mondo in carica, ed anzi: non si vinceva dagli anni di Mussolini. La riforma fu radicale dopo quella sconfitta, ed infatti due anni dopo la Corea vincemmo l’europeo in casa del ’68 per poi arrivare in finale di coppa del mondo del ‘70 contro il Brasile, dopo la famosa Italia-Germania 4-3.

Quest’anno, l’Italia si presentava con due novità: la prima, quella di avere in panchina il ct che aveva vinto 4 anni prima, ma che si era dimesso, e per due anni era stato un disoccupato di lusso, prima di tornare alla guida della nazionale quasi “supplicato” dai vertici della federazione (la seconda responsabile). Poi, la seconda, il ct ha preferito puntare tutto sul “blocco 2006”, seguendo il motto più fasullo del mondo che “squadra che vince non si cambia”. Forse in campionato, che si gioca ogni 7 giorni. Ma dopo quattro anni, motivazioni e fisici sono diversi.

La Confederations Cup del 2009 era stata un campanello d’allarme. L’Egitto prima ed il Brasile poi ci avevano strapazzato senza pietà. Ed il campionato appena concluso ha confermato che in molti di quel blocco non erano più in grado di gestire un evento di tale portata, figurarsi la coppa del mondo. Ha fallito il “blocco 2006” e il “blocco Juve”: Fabio Cannavaro, 37 anni, il fantasma di se stesso, quest’anno è stato umiliato da giocatori non certo fenomenali (vedi Fulham-Juventus, per dirne una); e gli infortunati Camoranesi, Iaquinta, Buffon? I primi due hanno giocato un campionato col contagocce, Buffon va e viene dall’infermeria di Torino. Ed ancora: Di Natale, 29 gol certo, di cui 6 rigori, con l’Udinese che si è salvata all’ultima giornata. Stessa sorte Pepe, anche lui dal Friuli. E Montolivo e Gilardino, che vengono da una Fiorentina che è rimasta fuori dall’Europa? Ombre.

Si dirà allora: colpa dei troppi stranieri in campionato? No. E’ vero, l’Inter che ha vinto ogni cosa, italiani in campo e panchina non ne aveva, al massimo qualcuno sugli spalti (Balotelli). Ma le altre? Ad esempio la Roma: a parte De Rossi, sono rimasti a casa Perrotta, Cassetti, Toni, Totti. Che magari qualcosa in più potevano darla. Poi il Milan: niente mondiale per Borriello o Antonini, che hanno giocato una stagione fantastica. E la Sampdoria? Cosa avrebbe potuto fare peggio di Pepe, magari un Mannini? O un Miccoli del Palermo, giunto quinto? Del Napoli, sesto, c’erano 3 elementi: De Sanctis in panchina, poi Maggio e Quagliarella, che hanno giocato 45 minuti tirando fuori gli attributi: non perché fossero “più bravi”, ma “più affamati”. Poi il blocco Juventus: 6 giocatori, tutti titolari inamovibili per Lippi. Ed a casa, tra gli altri, gente come Bocchetti, oltre a quelli su citati.

Dunque: ct, federazione, giocatori. Basta così? No, la colpa ricade anche sui giornalisti: nessuno che abbia detto a Lippi: “Scusi, mister, ma quando l’hanno intercettata ed indagata in Calciopoli, lei diceva che non è lei che decide i convocati. Può spiegarci qualcosa in merito?”. Ad esempio. Oppure: “Lei non intende portare Casssano, lo abbiamo capito, ce ne faremo una ragione. Ma perché? Può dare alla Nazione ed ai tifosi una motivazione?”. L’arroganza di Lippi avrebbe fatto il resto, certo, ma provarci non avrebbe guastato. Così facendo si è dato al mister il senso dell’onnipotenza, che infatti lo portava a farsi intervistare solo quando gli andava ed a rispondere solo ad alcune domande.

Infine, una piccola, piccolissima, quota di fallimento va anche ai tifosi. Troppo in fretta, infatti, molti tifosi azzurri sono passati dall’osannare al criticare la squadra, a mondiale in corso, mettendo così pressione ad un ambiente che già di per sé si sentiva schiacciato, oppresso, frustrato.

Ecco, il quadro è completo. Questa è un’analisi, naturalmente, personale, ed ovviamente, opinabile. Ma l’Italia del Calcio, se vuole provare ad uscire da questa disfatta, deve fare l’unica cosa possibile: azzerare i vertici federali; lasciare libertà a Prandelli di convocare chi vuole senza mettere pressione su un nome o su un altro; aspettare. Le sconfitte più dolorose guariscono col tempo, lentamente. Ma sono ferite facilmente riapribili, durante la fase di cicatrizzazione. Non dobbiamo chiedere a Prandelli, insomma, di vincere Euro 2012: potremmo far la fine della seconda guerra mondiale, quando sconfitti dai greci, per riparare subito alla sconfitta invademmo anche la Jugoslavia. E rimpiangemmo per l’appunto la Grecia.

Non arriviamo, insomma, a dover rimpiangere tra qualche anno la sconfitta con la Slovacchia, come oggi già stiamo rimpiangendo quella con la Corea del Nord del ’66.

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