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Una storia italiana X

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Ci sono storie che aiutano a capire dove sta andando il nostro povero paese. Sono storie che avvengono qua e là, a macchia di leopardo, dalla grande metropoli al piccolo borgo, da nord a sud, da sinistra a destra. E sono storie che spiegano, come detto da Michele Serra su Repubblica, “quanta distanza separi gli italiani dalla legge, e la legge dagli italiani”.

Sabato 29 maggio, riviera romagnola. Popolazione giovanile diffusa come capita a fine maggio, in attesa del grande boom di luglio-agosto. Quattro ragazzi fanno una bravata. Forse pensata al momento, forse premeditata, non conta: mangiare una pizza e svignarsela senza pagare il conto. E’ una bravata che a tutti, specie da giovani, è venuta in mente di fare, che a qualcuno magari è pure riuscita con successo, e che a qualcun altro è andata male e si è visto “costretto” a pagare il conto e subire l’umiliazione dell’arrivo dei carabinieri e, quella ancor più temuta, dei genitori, con una valanga di rimproveri, sanzioni punitive e magari qualche ceffone. Va ricordato che fare una cosa del genere è un reato, anche se ad una certa età, tutti i giovani si sentono al di sopra di ogni legge.

I ragazzi mangiano, bevono, scherzano. Poi, al momento del conto, la fuga. Tre di loro si dileguano, il quarto viene beccato. Prassi vorrebbe (è un reato non pagare i conti, va ricordato) che a questo punto i gestori del locale o chiamino i carabinieri e scatti la denuncia, oppure, magari più umanamente, costringano il ragazzo a pagare il conto anche per i suoi amici, e lo allontanino magari avvertendolo di non farsi più vedere da loro. Sabato sera non è andata così: cinque dipendenti del locale, catturato il “criminale”, gli sequestrano il cellulare, buttano lui per terra, e lo riempiono di botte.

Sconcertato dalla brutalità del pestaggio, e dal conseguente dolore fisico, il ragazzo scoppia a piangere, mentre continuano ad infierire su di lui: il volto è ormai una maschera di sangue, ma questo non li ferma. I ragazzi della movida romagnola, nei pressi del locale, assistono alla scena pietrificati. Fin quando un gruppo di adulti, che passava in zona, riconosce nel ragazzo un compagno di scuola del proprio figlio, e si precipitano sul “commando”. Prima qualche spintone, poi qualche parolaccia, ed alla fine, finalmente, i cinque dipendenti del locale si allontanano dal ragazzo, che viene soccorso. Gli adulti pagano il conto di sessanta euro, e chiedono al gestore perché non abbiano chiamato i carabinieri, invece, di gonfiarlo in quel modo di botte. "Perché i carabinieri non gli fanno niente, noi almeno gli abbiamo dato quello che si meritava". Intanto, viene chiamato il padre, che però rinuncerà a fare denuncia per il pestaggio.

Viene da chiedersi cosa abbia potuto “capire” il ragazzo da questo avvenimento. Vengono in mente due o tre concetti: 1. Che le forse dell’ordine non servono a nulla. Perché se servissero, li avrebbero chiamati i gestori del locale, o successivamente il padre. 2. Che la legge che vale, quella che conta, è la legge del più forte. Certo, sabato è andata male, ma vuoi mettere cinque palestrati contro un ragazzo inerme? Meglio vendicarsi con calma, magari in trenta, tutto il gruppo di amici con cui magari entrare nel locale e sfasciare tutto. 3. Uno Stato, inteso come unione di cittadini che accettano le stesse leggi, qui da noi non esiste. E quindi, i primi due concetti sono più che fondati. Specie perché, tra le altre cose, il gestore del locale non ha nemmeno fatto lo scontrino, per quei sessanta euro. Un pestaggio esentasse. Ed allora, per il ragazzo, non dovrebbe essere difficile, da oggi in poi, andare avanti con il detto “Occhio per occhio, dente per dente”. Ora è chiaro il perché la Legge e la Giustizia, personificate nelle statue, sono sempre bendate: preferiscono non vedere dove stiamo andando a finire.

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