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Speciale Pier Paolo Pasolini: una vita violenta/4

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Chi dice che io sono uno che non crede, mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso. Io posso essere uno che non crede, ma uno che non crede che ha nostalgia per qualcosa in cui credere.Bisogna essere molto forti per amare la solitudine. (Pier Paolo Pasolini)

Quella sera Pasolini aveva cenato al ristorante “Pommidoro” con Ninetto Davoli, sua moglie Patrizia e i due bambini, Pier Paolo e Guido. Quando andò via non disse dove andava, nonostante dopo tutte le aggressioni fasciste subite nell’ultimo anno, avesse preso l’abitudine di comunicare i suoi spostamenti sia a Ninetto Davoli che ai suoi familiari, sua madre Susanna Colussi, e sua cugina Graziella Chiarcossi. Quella sera non fece nulla di tutto ciò, si limitò solo a non rientrare. Il resto è il cadavere di una storia raccontata talmente tante volte da aver perso quasi di significato. Quella di quella sera è una storia atroce e malinconica, una storia di fraintendimenti e verità mai venute a galla, una storia basata solo su ipotesi e ricostruzioni. L’unica cosa certa è l’immagine di quel corpo straziato nella desolazione dell’Idroscalo di Ostia.

Raccontare la morte di Pier Paolo Pasolini è riduttivo, perché vincolare la figura di un intellettuale come è stato Pasolini all’immagine della sua morte rischia di imbrigliarlo all’interno di quell’iconografia atea di cui è pervasa una parte del nostro Paese. In particolare quella parte di Paese disposta a barattare anche la dignità umana ed intellettuale in cambio di un eroe, di un’immagine sacra a cui vincolare i propri ideali assoluti e indissolubili, sempre alla ricerca di una bocca per mezzo della quale esprimere oscenità intellettuali impronunciabili e inviolabili, di una bocca e di un volto a cui dare la responsabilità di un’ideologia che, come ogni ideologia, è sempre bigotta e indisposta verso una reale libertà intellettuale, che è quella che rende l’uomo libero.

Pier Paolo Pasolini era un intellettuale libero. Un intellettuale che quando muore, muore senza partito e senza chiesa, violentato profondamente da quell’ipocrita etica sociale che lo porta ad essere cacciato dal partito comunista, alle continue denunce per oscenità, vilipendio alla religione, alle costanti battaglie per salvare la propria opera dalla censura. Ciò che è aberrante è il modo in cui sacralizza il profano, che è quello che nessuno riesce a digerire, probabilmente insieme al suo essere perennemente schierato contraddittoriamente rispetto ad ogni ideale di partito o comunque vincolato ad un’ideologia.

Nel corso dei 35 anni che ci separano dalla morte del poeta numerose sono state le ipotesi sul movente del suo assassinio, numerosi gli alibi che ci siamo dati, e che ci sono stati dati, al fine di riuscire a comprendere non solo cosa ci sarebbe venuto a mancare con quella morte ma soprattutto cosa stesse a simboleggiare. Pasolini muore e intorno a quella morte nascono e muoiono leggende come fantasmi. Ucciso perché aveva chiesto il processo per quegli esponenti della Dc che avevano in mano il nostro Paese, ucciso perché sapeva qualcosa sulla morte del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, che avrebbe rivelato nell’ultimo capolavoro incompiuto, Petrolio, ucciso per quella vita di eccessi vissuta tra borgate e ragazzi di vita. Pasolini muore e nelle aule del processo e sulla stampa si stabiliscono i termini di una e più verità che nulla hanno realmente a che fare con quella morte. Pasolini muore, tra i pettegolezzi di chi ha continuato a dipingerlo come un brutale pederasta e il perdono del Partito Comunista. Muore e la sua morte resta uno dei tanti episodi irrisolti della storia italiana.

Quella sera Pasolini andò a piazza dei Cinquecento perché aveva un appuntamento, così come testimoniato successivamente sia da Sergio Citti che da Pelosi. Andò a piazza dei Cinquecento perché conosceva Pelosi e perché Pelosi era probabilmente il tramite per lo scambio per il recupero delle pizze di Salò. Un complice ingenuo e silenzioso, probabilmente però non così incosciente e inconsapevole da non poter garantire a chi di dovere un lungo ed estenuante silenzio per 35 anni. Chi è il mandante del delitto Pasolini? Chi si nasconde dietro la perfetta organizzazione di un gruppo di criminali ancora adolescenti?

C’è un testimone, Gianfranco Sotgiu, che giura di aver sentito Pelosi una settimana prima dell’omicidio parlare con qualcuno al telefono del bar in cui faceva il cameriere.

"Va bene, mi faccio portare al posto dove sono già stato. Se è solo da menargli ci sto, sennò lasciamo perde". E dopo un po' disse: "Aò, me raccomando. Solo pe' un po' de botte e basta". E poi disse: "Ah, senti. Me servirebbe un po' de soldi". E poi disse: "Eh, no, che faccio. Aspetto fino a sabato pe' un po' de soldi?". E poi: "Vabbe', t'aspetto qui sotto i portici, se poi venire in piazza Esedra sotto il cinema Moderno".

Con chi parlava Pino Pelosi? Forse con Sergio Placidi, descritto da Citti come colui che rubò le pizze di Salò e gestore del giro di prostituzione minorile all’interno delle borgate. Forse con qualcuno dei capi del  Msi, a cui erano legati Borsellino, Mastini e con buona probabilità, anche se con meno fanatismo, Pelosi stesso. Forse quei personaggi che Pelosi quasi come una minaccia velata nomina all’interno della lettera che dal carcere invia proprio ai Borsellino. Chi sono il Chiodo e il Negro? Chi è Massimo De Santis? C’è un personaggio, diverso da Giuseppucci e sempre legato alla Banda della Magliana conosciuto come il Negro, è un personaggio operante nella zona di Acilia, che è quello stesso posto dove Sergio Citti sosteneva che sarebbe dovuto avvenire lo scambio. Il Negro è un personaggio che a conti fatti non esiste giudiziariamente all’interno della vicenda Pasolini, così come non esistono né il Roscio e né il Chiodo. Così come ne fanno parte solo velatamente i Borsellino, Mastini, Sergio Placidi, personaggi tirati fuori negli anni e che mai hanno trovato una reale collocazione all’interno dell’intera vicenda processuale. Il voler cercare una corrispondenza tra nomi e luoghi di personaggi operanti all’epoca nel luoghi del pellegrinaggio pasoliniano verso la morte è solo un vezzo narrativo, un’esasperata voglia di una verità definitiva e inappagata.

E’ il 26 marzo 2010 quando l’onorevole Walter Veltroni, in una lettera aperta al ministro Angelino Alfano, chiede la riapertura delle indagini sul caso Pasolini in seguito alle dichiarazioni del senatore Marcello Dell’Utri riguardo uno dei capitoli scomparsi di Petrolio, “Lampi sull’Eni”. Volendo essere più precisi il senatore in occasione della fiera del libro di Milano, dichiarò di essere in possesso del manoscritto scomparso di Petrolio, in cui pare ci fossero rivelazioni inquietanti sull’Eni e sulla storia italiana, manifestando la propria volontà di renderlo pubblico proprio durante l’evento, cosa che poi quasi ovviamente non accade. Le indagini per la morte di Pier Paolo Pasolini vengono però riaperte. Qualcosa si muove, dal pm Francesco Minisci vengono disposte nuove analisi, affidate ai Ris di Parma, sui reperti conservati al museo di criminologia di via Giulia a Roma. Tutto sembra essere rimesso in gioco, tutte le strade sono nuovamente aperte. Pasolini torna a morire, come una storia che si ripete all’infinito senza una risoluzione.

Fine.

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