«Rispetto la sentenza con serenità. In conseguenza di ciò, lascio ogni incarico di partito, mi dedicherò alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di giustizia» così Salvatore Cuffaro ex-presidente della regione Sicilia ed esponente di spicco dell’Udc ha commentato la sentenza d’Appello, del 23 gennaio 2010, che lo condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento con l’aggravante di avere agevolato la mafia, e violazione del segreto istruttorio.
L’ipotesi di reato, a questo punto confermata anche in Appello, è che Cuffaro abbia violato il segreto istruttorio: essendo stato informato nel 2001 dall’ex-maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli - eletto in seguito deputato regionale - dell’esistenza di un’ inchiesta sul boss di Brancaccio Giuseppe Guttaduro e, quindi, della presenza di microspie nella sua abitazione, Cuffaro avrebbe avvertito del fatto il mafioso, tramite un suo amico, Domenico Miceli - medico, ex-assessore comunale alla sanità, anche lui Udc, all’epoca assiduo frequentatore del salotto Guttaduro e già condannato a otto anni di reclusione nel 2006 per concorso esterno in associazione mafiosa - e avrebbe dunque fatto in modo che il boss di Brancaccio scoprisse le microspie, bruciando così l’inchiesta. Insieme a lui altre 13 persone compaiono tra gli imputati e l’accusa sostiene, inoltre, che proprio con uno di loro, Michele Aiello, si sia incontrato l’ex-Presidente della regione siciliana, nel retro di un negozio di Bagheria. Michele Aiello è accusato nello stesso processo di associazione mafiosa e di essere stato il prestanome del boss Provenzano. Ma Cuffaro si difende, a proposito di tale incontro, affermando che esso riguardasse il tariffario regionale, in quanto Aiello all’epoca era il Re Mida della sanità siciliana, proprietario della clinica all’avanguardia e specializzata in oncologia “Villa Santa Teresa”.
Dunque in primo grado i capi d’imputazione per Cuffaro, nel processo sulle "talpe" al DDA di Palermo, erano quattro: due per favoreggiamento personale e due per violazione del segreto d’ufficio, tutti con l’aggravante di aver agevolato la mafia, aggravante che è costata a Cuffaro due anni di reclusione in più sentenziati ora in Appello. Sempre in primo grado Cuffaro fu anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. Tuttavia, all’epoca ancora Presidente della Regione, annunciando il ricorso in Appello, affermò anche la volontà di continuare il suo lavoro di Governatore. Ma la condanna come è ovvio, non poteva essere tollerata dall’opposizione e creava imbarazzo anche negli ambienti della maggioranza. Il 24 gennaio 2008 l’Ars (Assemblea regionale siciliana) respinse la mozione di sfiducia del centrosinistra, questo non impedì però a Cuffaro di rassegnare le dimissioni due giorni dopo, probabilmente sotto la spinta di altre pressioni e/o comunque fiducioso nell’esito delle imminenti elezioni politiche del 2008.
Stavolta invece Cuffaro ha all’istante dichiarato l’intenzione di abbandonare ogni incarico di partito, ma, c’è sempre un ma. L’ex-presidente della regione Sicilia, dopo l'inchiesta e la successiva condanna in primo grado è stato più coccolato che mai dal suo partito e dagli elettori. Nel 2005, infatti, fu nominato vicesegretario nazionale dell’Udc, quando a Follini subentrò Cesa alla carica di segretario del partito; nel febbraio 2008 sempre Cesa nominò Cuffaro commissario straordinario dell’Udc di Catania, dopo che il segretario provinciale aveva deciso di aderire al Popolo delle libertà. Successivamente Casini stesso dichiarò, poco prima delle elezioni politiche del 2008, che Cuffaro era “perseguitato dai giudici” e che pertanto sarebbe stato candidato nelle liste dell’Udc; così in occasione di quelle elezioni Cuffaro venne eletto per la seconda volta senatore della Repubblica – la prima nel 2006, ma dovette subito dimettersi per incompatibilità con la carica di Presidente della Regione – e dal 24 febbraio 2009 è membro della commissione di vigilanza Rai.
Probabilmente nel linguaggio attuale della politica italiana “rispettare le sentenze”, quando si dichiara di volerlo fare, significa solo offrire in pasto all’opinione pubblica gesti mediatici vuoti e insensati. Che Cuffaro abbandoni tutti gli incarichi di partito è un fatto di scarsa rilevanza se rimane un senatore della Repubblica nonostante la condanna a sette anni e l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici. Così la pensa Claudio Fava coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia Libertà che afferma: «Le sentenze si rispettano dimettendosi. Totò Cuffaro diventato senatore della Repubblica per mettersi al sicuro dalla giustizia, è una vergogna per tutto il Paese».



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