La riforma del 3+2, applicata sperimentalmente dal 2000 e in via pressocchè definitiva già dall’anno seguente, poneva l’obiettivo di rendere più flessibili e brevi i vari percorsi didattici.
Dunque più laureati con maggiori possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro rispetto a quelle prospettate dall’istruzione superiore in passato. A dieci anni dall’introduzione del "3+2", qual è il bilancio della riforma?
La riforma si basava sull’idea assolutamente errata che il mondo del lavoro potesse assorbire in modo naturale un gran numero di titolari delle nuove lauree brevi. Non sono stati considerati i vincoli posti in essere dagli ordini professionali, che valutano le lauree brevi come requisiti insufficienti per accedervi.
<<Per anni abbiamo detto che la riforma del 3+2 sarebbe stata un disastro - spiegano i rappresentanti della Confederazione degli Studenti, la prima forza studentesca alla Federico II, con il consigliere d'amministrazione Dimitry Paipais - ma poichè c'erano tante assunzioni da fare, anche di tanti familiari di professori universitari, nessuno ci ha dato ascolto. Adesso che siamo prossimi al collasso del sistema tutti si mobilitano>>.
Oggi si risponde ad un tale eccesso di ingaggi e di spese superflue con lo smantellamento dell’università pubblica e col taglio senza freno dei bilanci. Quelli maggiormente danneggiati da certi provvedimenti restano gli studenti, più dei ricercatori e dei docenti, che hanno assistito ad un involuzione del sistema universitario, con un calo dei servizi e della qualità della didattica inversamente proporzionato ad un aumento smisurato delle tasse.
Le critiche puntuali alla riforma sono state avanzate da tanti e da tanto tempo, ma inutilmente. Tutti i Ministri (Moratti, Mussi, Gelmini) non ne hanno voluto prendere atto e nulla hanno fatto per monitorare e correggere.
<<Il Ministro Gelmini, con i suoi tagli indiscriminati al finanziamento degli Atenei, probabilmente - spiega il neo eletto al Consiglio nazionale degli studenti universitari nel collegio Sud, Andrea Sola - vuole passare alla storia come il commissario liquidatore dell'Università pubblica in Italia. Vuol dire che in futuro si studierà guardando solo la tv>>.
L'esito delle elezioni del Cnsu, svoltesi pochi giorni fa( 12-13 maggio), è una base importante per una azione attenta ed efficace di governo in un momento cruciale di cambiamenti come quello che l’università italiana sta attraversando.
Emblematico il fatto che 18 consiglieri su 30 siano del centro destra, come emblematico è l’altissimo tasso di astensionismo che sembra indicare una sfiducia generalizzata degli studenti, dovuta allo scarso peso politico del Consiglio concepito più come una strada agevolata per la carriera politica che un vero organo di rappresentanza e di raccordo con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.
I neoeletti dagli studenti universitari appoggiano completamente il piano di riforma dell'università della Gelmini.
Il ministro, analizzando i risultati delle elezioni, risponde così a chi protesta contro il suo decreto: << I ragazzi che studiano e che vogliono un’Università che funziona hanno dato la loro risposta chiara: l’area di centrodestra ottiene la maggioranza nel Cnsu >>.
Resta convinta, oltre che soddisfatta, della linea scelta in materia di riforma del sistema universitario e stigmatizza chi si oppone come una minoranza eversiva.
<<La riforma universitaria non contiene alcun tipo di taglio>> fa sapere la Gelmini e prosegue:<< consente ai ricercatori di poter avere due contratti triennali al termine di ciascuno dei quali ci sarà una valutazione e poi la possibilità di accedere all’abilitazione nazionale ed entrare in ruolo con una progressione di carriera e con uno scatto stipendiale nell’università o di lavorare all’interno della pubblica amministrazione o nelle aziende private. Credo che la riforma valorizzi il ruolo dei ricercatori e allinei L’Italia alle prassi europee>>.
Lamenta infine, un ostruzionismo a prescindere da parte della sinistra e conclude :<< Non rinunceremo al cambiamento: se non ci sarà collaborazione andremo avanti da soli>>.
Da lunedì 17 maggio fino a sabato 22 resterà in discussione al Senato il ddl Gelmini. I punti chiave che restano da chiarire sono: la riduzione di corsi di laurea inutili e finanziamenti legati alla qualità della ricerca e al merito.
Intanto martedì 18 maggio ricercatori, studenti e docenti hanno manifestato in modo coeso contro il disegno di legge sulla riforma dell'università, bloccando la didattica e occupando i rettorati. Mercoledì 19 sit in a Palazzo Madama .
Per molti dei lavoratori in protesta gli atenei rischiano seriamente di non poter più svolgere le ordinarie attività dal gennaio del 2011 proprio perché penalizzate seriamente dai tagli.
Una prospettiva di assoluta incertezza sembra porsi dinanzi agli occhi di chi invece di compiere le sole e semplici mansioni per cui è inserito nel mondo accademico, il ruolo del ricercatore in questo caso, assume ancor più centralità nello scenario colmando anche quelle lacune del sistema didattico, senza per altro conseguire alcun titolo di merito.
La mancanza di garanzie di adeguate opportunità di carriera per i ricercatori a tempo indeterminato e l’assenza di un piano pluriennale di crescita degli investimenti nel settore universitario, che dovrebbe accompagnare il processo di riforma, rendono ancora più instabile e precario l’intero quadro.
L’università italiana è in ginocchio, dilaniata dai tagli e da un sistema che depenalizza e sfrutta le menti pensanti , costringendo queste o a scendere in piazza, occupare e bloccare i corsi o nei casi più “disaffezionati” andare all’estero verso mete più fortunate.






