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Una città tra migrazioni e modernità

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Immigrazione_Napoli
Si è tenuta martedì 25 ottobre nel palazzo Du Mesnil a Napoli, la conferenza “Etica, Immigrazione e Città” organizzata dall'università "L'Orientale" di Napoli e da "Giubileo per Napoli". All’iniziativa, che <<s’inserisce nel cuore dello spirito del Giubileo di Napoli>>, come ha affermato il cardinale Sepe all’apertura dell’evento, hanno preso parte molti  illustri docenti dell’Ateneo, ognuno dei quali, facendo tesoro della specificità delle proprie esperienze e dei personali percorsi di studio, ha arricchito la riflessione sull’immigrazione, tema centrale della giornata, analizzandolo da diverse prospettive.

A dare il via, il rettore Lida Viganoni, che insieme con il cardinale Crescenzio Sepe ha sottolineato la necessità di una collaborazione fra Chiesa e Istituzioni culturali, sociali, economiche per un rilancio morale della città. Si è cercato di riflettere sulle trasformazioni del tessuto urbano e sociale di Napoli, oggetto negli ultimi anni di ondate migratorie, con uno sguardo particolare alla comunità cinese.Di particolare valore sono stati gli interventi del professor Fabio Amato, docente di geografia umana e geografia urbana e delle migrazioni alla facoltà di Lettere e Filosofia de “L’Orientale”; e del professore Ian Chambers, antropologo, sociologo, esperto di studi culturali britannici e fra i principali esponenti del celebre Center for Contemporary Cultural Studies.

Il professor Amato ha fornito una serie di dati molto interessanti per la comprensione della fitta e complessa rete di rapporti esistenti fra la geografia urbana di Napoli e la geografia delle sue popolazioni e dei loro movimenti. Solo attraverso una maggiore padronanza del linguaggio geografico, infatti, è possibile l’acquisizione di una maggiore consapevolezza dell’organizzazione urbana e sociale del territorio napoletano, arrivando a considerare le dinamiche delle sue trasformazioni. Se da un lato la Campania si è sempre distinta fra le altre regioni meridionali per numero di migranti, a livello nazionale, e quindi a paragone con le regioni del centro-nord, la presenza di immigrati in territorio campano non ha un’incidenza significativa. Dagli anni ’70 ad oggi però il volto e il ruolo della Campania nella questione immigrazione sono mutati profondamente: la Campania non è più considerata unicamente come luogo di approdo e di transito verso altre realtà economiche, ma regione in cui stabilizzarsi. Se nel 1982 erano all’incirca 20mila gli stranieri a Napoli, oggi se ne contano 165mila circa. L’evoluzione dell’incidenza della presenza straniera è legata a diversi motivi: la possibilità, molto spesso, di galleggiare in una situazione di illegalità; la forte polarizzazione esercitata non più solo da Napoli e provincia, ma anche dalle aree del Casertano e del Salernitano. Quello dell’immigrazione in Campania è dunque un fenomeno in costante crescita ed evoluzione, definito perciò <<fenomeno plurimo>>, dal momento che non ci sono connotazioni precise sui migranti. I primi immigrati in Italia risalgono agli anni ’70. Si trattava per lo più di venditori ambulanti provenienti 0 dall’Eritrea o da altre ex-colonie italiane in Africa.  E’ negli anni ’80 che si assiste a un primo cambiamento: gli immigrati, provenienti anche dall’area sub-sahariana e asiatica, sono ormai inseriti nel sistema di collaborazione domestica. Ma è solo dopo la caduta del muro di Berlino, che la situazione subisce un decisivo cambiamento di rotta: cresce l’immigrazione dai paesi orientali, dell’ex blocco sovietico, come Ucraina, Romania, Polonia. Da allora la presenza straniera nella sola città di Napoli è cresciuta attestandosi al 25%, ma ci sono dei casi particolari di comuni, e non solo nella provincia di Napoli ma anche di Caserta, Salerno ed Avellino, dove l’incidenza locale di stranieri supera di gran lunga la media provinciale o regionale. Esempi sono i comuni di Marano, Giugliano, San Giuseppe, e negli ultimi tempi Pomigliano D’Arco e Palma Campania. Altro aspetto rilevante inoltre è la corrispondenza fra il tipo specifico di attività economica o attività agricola di un determinato comune e la provenienza della comunità d’immigrati che vi si insedia. Così, non è un caso, ad esempio, che a Palma Campania, la cui economia è fortemente legata ad attività come l’allevamento, vi sia una maggiore presenza di indiani; o, ancora, che a San Giuseppe vi sia una folta comunità di cinesi. Molti fra gli immigranti, infatti, sono riusciti anche mettere su imprese autonome. Altri sono impiegati come lavoratori stagionali nel settore agricolo (spesso illegalmente). Profondo il cambiamento del territorio urbano. A Napoli, soprattutto, si assiste in certe aree povere del centro storico e in certe fasce orarie, ad una sorta di riconfigurazione e rivalutazione internazionale del tessuto cittadino: srilankesi che giocano a cricket a piazza Dante o a piazza del Plebiscito, il mercato di ucraini a via Brin, per non parlare di tutta la zona adiacente la stazione Garibaldi. Ad ogni luogo dunque corrisponde un adattamento diverso di stranieri e un cambiamento diverso.

Cambiamenti che sono insiti nell’origine stessa di Napoli. Ed è proprio dalla storia della città che il professor Chambers è partito per parlare del carattere Postcoloniale di Napoli. La città di per sé non è un luogo fisso, ma dinamico perché costantemente attraversato da persone e culture diverse. E’ uno spazio socialmente e culturalmente costruito, in cui il passato non è mai passato, ma abita il presente. Napoli, meglio di qualsiasi altro centro urbano, può testimoniare questa dinamicità perché è essa stessa frutto di processi mai conclusi ma sempre in atto, che la riconfigurano continuamente da un punto di vista sociale, geografico e storico: <<i suoi luoghi sono il prodotto di processi sociali attraverso cui la città prende corpo e voce. In questo spazio, accogliere il passato della città significa comprendere il presente e il futuro. Napoli è come un archivio vissuto e vivente>>. Ed è proprio in quest’archivio che la città custodisce le preziose risposte che ci consentono oggi di ripensare e inserire Napoli in un contesto di <<meticciato>>. Napoli è passata da città coloniale a città postcoloniale, da città di emigrazione a città d’immigrazione, ponendosi per questo al centro dell’espansione moderna. <<La modernità – spiega il professore – è migrante. E l’emigrazione non è un’anomalia, ma un elemento della stessa modernità>>. Napoli deve quindi diventare il laboratorio di una modernità eterogenea, non chiusa a difesa di un’unica cultura che è la nostra, ma aperta alle diverse identità.

E sul concetto d’identità sono ritornate le professoresse R. Ciocca, docente di letteratura inglese, e L. Apa, docente di lingua e letteratura portoghese. Con un’impostazione più accademica, la professoressa Ciocca ha esplicato il valore della narrazione come arte che si riappropria, riportandole alla luce, dell’opacità, del rimosso, della negatività che è in noi e di cui ci sbarazziamo, riflettendole automaticamente nell’altro, nella diversità. La professoressa Apa, invece, è  partita dal concetto di ‘confine’, di ‘frontiera’, diventati sinonimi di ibridità forzata, e cioè di assorbimento totale dell’altro nella nostra cultura. Un assorbimento che è azzeramento dell’alterità, in nome di un approccio paternalistico in alcuni casi, e di una visione esotizzante che cela una prospettiva razzista.

Accanto a questi interventi, ci sono state poi numerose testimonianze di attività pratiche di accoglienza degli stranieri, dall’insegnamento della lingua italiana alla partecipazione a laboratori teatrali dove è stata data agli immigrati la reale possibilità di esprimersi e raccontarsi, sentendosi pertanto pienamente inseriti in un contesto che li considerasse nella loro specificità. Associazioni di volontariato come “Scuola di Pace”, o l’Ong CISS e, ancora, la testimonianza di una docente dell’Istituto Magistrale “Villari” hanno portato all’attenzione le difficoltà ma anche il delicatissimo quanto insostituibile compito svolto per l’inserimento di immigrati o figli di immigrati nati o residenti in Italia da molti anni. Il convegno è proseguito poi nel pomeriggio, e interessante è stata la riflessione sulla tratta della prostituzione. I motivi che spingono le giovani straniere a vendere il proprio corpo sono vari e, in alcuni casi, vengono a mescolarsi con la tradizione dei paesi di provenienza. Attraverso le voci di Carmen Faranau e Elisabeth Omozuwa, mediatrici della Cooperativa Dedalus, sono state raccontate le storie di queste giovani donne costrette non solo a prostituirsi, ma in caso di gravidanza a cercare un acquirente per il loro bambino, attratte verso questo tipo di vita da vari fattori. Le donne dell’Europa dell’est, infatti, vengono “ingannate” dai loro protettori che, fingendosi fidanzati e mariti amorevoli, le portano a svolgere questo tipo di mestiere. Le nigeriane, invece, a quanto racconta la Omozuwa, sono minacciate da una serie di riti voodo, come una ciocca di capelli tagliata prima della partenza, a stare alle regole della vita di strada senza ribellarsi. L’appello delle volontarie, e di tutti coloro che si occupano dei programmi di reintegrazione sociale, è quello di imparare ad ascoltare queste donne e le loro drammatiche storie non solo dal nostro punto di vista, che implicherebbe un inevitabile giudizio morale, ma dal loro per poter guardare, aiutare e non giudicare.

Anche durante la tavola rotonda coordinata dalla professoressa Bonito Oliva e che ha visto come relatori il professor Franco Mazzei, la professoressa Pasquinelli e il professor Triulzi si è riflettuto molto sull’idea di rispetto per il diverso. Innanzitutto si è discusso sul concetto di Etica e su quanto questa parola, fin troppo abusata, metta in gioco un tipo di rispetto per l’altro e per la sua identità, che sarebbe estremamente utile ricordare anche quando si parla di migrazione. Scaricare quelle che sono tutte le problematiche legate alla migrazione e all’accoglienza dei profughi sulla Protezione Civile fa sì che, il movimento migratorio sia visto sempre e solo come emergenza, e implica un tipo di azione pratica che porterà a soluzioni inadeguate e decontestualizzate. La considerazione dell’altro e l’ascolto dell’immigrato sono di fondamentale importanza in un paese come l’Italia che vanta ormai 5 milioni immigrati. Ascoltare i racconti di chi faticosamente è arrivato nel nostro paese, non valutando la sua storia con le nostre categorie di giudizio, ma in base alla loro sensibilità potrebbe essere la chiave per la creazione di una vera società globale e multietnica.  Come ricorda anche il professor Mazzei, in Occidente l’immigrazione ha sempre avuto una connotazione negativa, ma dovrebbe rappresentare un’opportunità di crescita e sviluppo per i paesi emergenti e per quelli in fase di stallo. La xenofobia che nasce da una forte radicalizzazione dei processi identitari, basti pensare al mondo arabo, può essere superata con la pratica della inculturazione, ovvero attraverso un rispetto dell’altro che non si fonda sulla tolleranza, ma sull’entropia e il dialogo fra i soggetti. Sulla scia del dialogo, la conoscenza delle storie di migrazione e dell’indagine sui motivi che spingono alla fuga, si immette l’Archivio dei nuovi migranti, una raccolta di testimonianze dove figurano anche documentari e film prodotti dagli stessi protagonisti, che ci può fornire una chiave di lettura su questa nuova umanità che non si farà ostacolare da nessun muro e da nessuna barriera, ma continuerà il suo viaggio di speranza. Infine la professoressa Pasquinelli ha sottolineato molto il ruolo della violenza rituale e gestuale che, quotidianamente, porta ad inferiorizzare gli immigrati. La stessa “pratica” di dare del <<Tu>> ad un immigrato, incuranti del suo status sociale nel paese natio o del suo livello di istruzione, ci porta a mettere in pratica una serie di comportamenti brutali e repressivi che, per gli “occidentali” configurano una forma di prevenzione, per coloro che ne sono vittime una conferma del fatto che la mancanza di cittadinanza privi un individuo degli stessi diritti umani di cui godono gli altri.




 

Commenti  

 
#1 ottimo... 2011-10-27 18:36
intervento!
preciso, meditato, esaustivo...
congratulazioni a Fabio Amato, che ha organizzato il Convegno, e alle autrici di questa cronaca.
 

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