Roberto è un tifoso del Napoli. Non è un abbonato, la crisi economica e il costo alto degli abbonamenti non glielo consentono, ma quando può va con piacere a seguire la squadra del cuore. Napoli-Villareal, sedicesimi di Europa League, gli pare l’occasione giusta per tornare a calcare la curva dello stadio che fu di Sivori e Savoldi, ma soprattutto di quel Dio del calcio di nome Diego Armando Maradona.
La società partenopea decide di mettere in vendita i biglietti a partire dal 9 febbraio, con prelazione per gli abbonati. Per gli altri, si tratta di due giorni in più di attesa, fino alle ore 15 di venerdì 11, orario di inizio della rivendita anche ai non abbonati. È questa la politica di De Laurentiis, da qualche tempo: biglietti venduti prima a chi allo stadio ci va ogni domenica che il Napoli gioca in casa, poi agli altri. Roberto non crede sia giusto discriminare tra abbonati e non consentendo ai primi la prelazione per lasciare agli altri i biglietti residui. Il cuore azzurro è lo stesso, e spesso è solo la distanza economica (costo dell’abbonamento) a fare la differenza. Ma non importa, perché farsi tanti problemi quando ciò che conta è solo essere presenti lì, in curva B, ad incitare i propri beniamini? E così, anche se non capisce, aspetta.L’11 febbraio arriva. Come farebbe ogni altro, Roberto si reca al rivenditore più vicino, in una delle vie più trafficate di Napoli. Sono le 16,05, il tabaccaio ha aperto i battenti per il turno pomeridiano da appena cinque minuti. Ma nonostante questo, si è già formata una piccola fila per ritirare i fatidici tagliandi. C’è una dozzina di persone davanti, bisogna prendere il numero e rispettare la fila. Roberto prende il 28, anche se dentro c’è meno della metà delle persone. Dove sono gli altri? In cinque minuti sono già stati venduti i primi quindici biglietti? Che strano, ma Roberto si mette in fila e aspetta. Chiamano il 4, segno che quei presunti quindici non sono ancora stati venduti. Ognuno potrebbe, e sottolineo, potrebbe, acquistare un solo biglietto, personale, col proprio documento.
Un tizio si presenta a prendere il proprio con cinque, forse sei carte d’identità. Prenderà cinque-sei biglietti. Qualcuno ha da ridire, altri no perché ci sono abituati, è la normalità assistere a scene del genere. Roberto vorrebbe dire qualcosa, poi ci riflette, lì dentro non c’è proprio gente fine, e per una partita forse non vale la pena rischiare una rissa.
Si va avanti, per ordine, e nessuno compra un solo biglietto, sempre qualcuno in più, col documento del figlio, del cugino, del nipote e del pronipote: tanto anche se questi non andranno allo stadio daranno il biglietto a qualche amico o, meglio ancora, lo rivenderanno, magari a prezzo maggiorato qualche ora prima della partita. E nessun ostacolo troverà ai cancelli, se il documento non è quello della persona che entra. Che vuoi che sia, vogliamo arrivare a tanta pignoleria di controllare uno ad uno se il documento esibito all’ingresso corrisponde a chi entra?
Tutto “bene”, a parte questo piccolo particolare, fino al numero 8. E qui casca l’asino. Al numero 8 l’addetto annuncia ai presenti che i biglietti di curva B sono già finiti. Sono le 16,25. Venticinque minuti sono bastati a togliere di mezzo tutto. E gli altri? Dovranno cambiare settore, o andare a fare questioni col tipo poco raccomandabile che cinque minuti prima ha preso dieci biglietti, per sé e per i suoi.
Ma non è tutto. Roberto incrocia un giovane col biglietto, che appena fuori l’ingresso dell’esercizio stringe con orgoglio due tagliandi. Non l’aveva visto prima, tra quelli chiamati secondo l’ordine di partenza. “Come hai fatto ad averli?”, gli chiede. “Sono d’accordo col rivenditore da una settimana, me ne ha messo qualcuno da parte conservandomeli per il primo pomeriggio di oggi, così stavo tranquillo”, risponde con aria spavalda il secondo. “E mica sono l’unico”, aggiunge. “Stai ancora a questo?”.
Beffa. Quasi mezz’ora di fila per niente. Solo per vedere i biglietti svanire a gruppi per poche persone in pochi minuti, per poi sapere che tanti altri erano già stati conservati e prenotati. Cosa assurda, eppure raccontata come da prassi da queste parti.
Vanno via le persone per bene. Quelle che in fila aspettavano il proprio turno credendo di avere il biglietto a pochi minuti dalle proprie mani. Qualcuno vorrebbe parlare, lamentarsi di quanto accadeva, ma a quanto pare qui è così che funziona, è la normalità, perché dovrebbe avere da ridire? Lo stesso pensa Roberto, che un po’ deluso va via, con passo celere per non perdere altro tempo, e cercare di prenderli altrove.
Arriva a un altro rivenditore, in una zona più centrale. Anche qui c’è una fila, molto disordinata. Roberto incontra un signore e gli chiede cosa stesse succedendo. “Stanno litigando per i biglietti della partita, stanno pure i carabinieri, ma chi glielo fa fare a quelli? La partita se la vedono da casa invece di svenarsi per una partita”, risponde l’anziano signore.
C’è in atto una mini rissa. Si litiga per chi stava avanti nella fila, per chi stava indietro, per chi deve avere la precedenza e chi no. Vola qualche spintone, qualche parola grossa. Nei pressi c’è un auto dei carabinieri col compito di controllare che non accada nulla di grave. Spintoni, insulti, parole grosse. Tutto normale. Tutto normale quando c’è una partita importante a Napoli, e bisogna fare la fila per acquistare i biglietti. Roberto si avvicina. Per vedere la partita dovrebbe immettersi in quella calca disordinata e violenta, aspettare qualche ora, nella speranza che nel bel mezzo della fila non gli dicano che sono finiti i biglietti.
Ma ne vale la pena per una partita di calcio? Anche il più appassionato dei tifosi, come Roberto, se lo chiede, e il no sembra diventare la risposta più opportuna.
Il Napoli è indietro anni luce, sotto questo aspetto, rispetto ad altre società. Nelle grandi città, e non solo, i biglietti per la partita si possono comprare on line, o tramite apposite apparecchiature elettroniche sparse in varie zone del centro. A Napoli l’unico modo è quello di conoscere qualche rivenditore, o essere pronto a una battaglia, in cui non c’è certezza di uscire vincitori.
Roberto proverà domani (oggi per chi legge, ndr), perché ama troppo il Napoli. De Laurentiis dovrebbe riflettere. Il presidente, che più volte ha dichiarato che ciò che accade fuori dallo stadio non gli interessa, farebbe bene a rimangiarsi questa frase. Chi paga sono i tifosi, e i tifosi sono l’anima di questa squadra. Senza di loro non si andrebbe da nessuna parte. E allora che si cominci dai servizi alla base, per rendere il Napoli veramente grande.






