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Milleunacina, le mille identità di un'unica affascinante Cina contemporanea

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MILLEUNACINA

Giunge alla sua seconda edizione il festival MilleunaCina, che per una settimana (dal 6 al 12 febbraio) propone nelle sale del PAN una rassegna ricca di incontri e performance che cercano di raccontare la varietà e complessità della cultura cinese contemporanea. Organizzata dall’Istituto Confucio di Napoli in collaborazione con “L’Orientale”, la manifestazione si propone di accompagnare il visitatore in un percorso attraverso la molteplicità di linguaggi espressivi di un paese in rapida e continua trasformazione, che tuttavia mantiene solidi legami con la sua millenaria tradizione.

 

Proiezioni, mostre, dibattiti, reading, concerti, workshop e molto altro (il programma completo si può trovare sul sito www.milleunacina.it), per una narrazione a più voci della cultura cinese di oggi che restituisce il fascino di una storia antica proiettata nel futuro e nella realtà globale. Che è anche un tentativo di abbattere i numerosi stereotipi e pregiudizi sulla Cina di cui è vittima l’occidentale medio, assopito da narrazioni superficiali e spesso strumentali, dalla retorica del “pericolo giallo”, dalla diffidenza nei confronti di una realtà così lontana dalla nostra. E se la sfida è ardua, non c’è di meglio che partire da Napoli, città multiculturale affacciata su un mare di contaminazioni, e da “L’Orientale”, da più di trecento anni impegnata a costruire ponti per ridurre le distanze con le altre civiltà.

Il filo conduttore di questa edizione di Milleunacina è l’identità, come indicato dal sottotitolo: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?. Sono domande che gli stessi cinesi si pongono da tempo; la questione dell’essenza della civiltà cinese ha infatti una lunga e tormentata storia nel paese del dragone.
 

Da quando, a metà ‘800, i cinesi hanno scoperto loro malgrado, con l’imperialismo europeo e le guerre dell’oppio, di non essere l’unico faro di etica e scienza in un mondo di barbari, da quando insomma, si sono resi conto di non essere più l’impero di mezzo, la ricerca sulla cinesità, e gli interrogativi sulla la sua conciliabilità con la modernità, sono stati argomenti privilegiati dell’indagine filosofica e politica. Nei decenni si sono susseguiti dibattiti e sperimentazioni, fino a quando la rivoluzione del ’49 non ha sancito che quella cinesità era stata la causa stessa di secoli di oppressione per milioni di contadini e lavoratori, e che andasse dunque bandita per far posto all’uomo nuovo del socialismo alla maoista. Nell’avvenire radioso promesso dal partito comunista non c’era posto per la tradizione; Confucio e i suoi riti, l’arte “borghese”, la narrativa “feudale” erano un ostacolo al più grande esperimento di ingegneria sociale mai tentato nella storia dell’umanità, e la Rivoluzione culturale si prese l’incarico, tra l’altro, di eliminare definitivamente ogni traccia del loro passaggio.

Dal 1978, con il processo di riforme e apertura inaugurato da Deng Xiaoping, la Cina ha cominciato a far pace con il suo passato e la sua cultura tradizionale, riscoprendone la bellezza e la saggezza, in una ricerca delle radici (che è il nome proprio di una corrente letteraria sorta a metà degli anni ’80) che continua ancora oggi. Dopo gli sforzi per farsi accettare in un mondo cui aveva chiuso le porte per quasi trent’anni, oggi sta gradualmente cercando di riprendersi il posto che le spetta nel contesto globale, quello dell’impero di mezzo, appunto. La Cina è la seconda potenza economica mondiale, eppure la sua influenza culturale, fatta eccezione per i paesi dell’est asiatico, tradizionali “vassalli” del figlio del cielo (l’imperatore cinese), stenta a decollare. Le ragioni sono perlopiù storiche e ideologiche, ma sicuramente è esistito, da parte della Cina, un problema di comunicazione (così come l’occidente si è mostrato finora poco propenso ad ascoltare). Con lo scopo di promuovere lo studio della cultura e della lingua cinesi, e, sottilmente, estendere il soft power della Repubblica Popolare Cinese, sono così nati nel 2004 gli Istituti Confucio, che oggi contano più di trecento sedi in tutto il mondo.
 

La ricerca di comprensione e legittimazione fuori dalla Cina continuano ad accompagnarsi, al suo interno, alla profonda riflessione sull’identità cinese, che si manifesta in tutte le forme d’arte con sperimentazioni e contaminazioni tra innovazione e tradizione, in un dialogo ininterrotto con il passato remoto e con quello più recente. Le domande sull’identità restano, e MilleunaCina vuole riproporre e interpretare le risposte che a tutti i livelli la società cinese ha elaborato negli ultimi anni. Come un novello Milione, il libro di Marco Polo che tra i primi raccontò all’Occidente le meraviglie della Cina, MilleunaCina è un catalogo di testimonianze dell’immaginario collettivo o di visioni più soggettive che restituiscono la vitalità di un universo culturale complesso e variegato ma non più inaccessibile e intraducibile. Si conclude così la lettera con cui lo scrittore cinese Mo Yan saluta l’iniziativa dell’Istituto Confucio di Napoli: “All’epoca della dinastia Yuan, Marco Polo narrò all’imperatore Kubilai tante storie sull’Italia, e così oggi, durante questo festival, ci saranno narratori che racconteranno storie provenienti dalla Cina. Ogni storia individuale ne rappresenta un aspetto, e tutte insieme, forse, sveleranno un’unica Cina.”

 

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