Dopo aver ‘salvato l’Italia’ con la manovra di Natale e aver velocemente varato i decreti per le liberalizzazioni e le semplificazioni, il governo di Mario Monti ha nelle ultime settimane spostato tutte le sue energie sulla riforma del mercato del lavoro. Si avverte un’esigenza di cambiamento, sicurezza e semplificazione in un settore dove forte è la precarietà anche a causa delle oltre 50 modalità di contratto esistenti ma soprattutto in un paese con il trenta per cento di giovani senza un lavoro e un alto tasso di disoccupazione femminile.
Non poche polemiche aveva destato una dichiarazione del Premier durante la puntata di mercoledì sera di Matrix con la quale aveva sancito la fine del posto fisso, giudicato ‘troppo monotono’. Una esternazione in parte rivista in una successiva intervista. In effetti, sin da prima che iniziassero gli incontri con le parti sociali, l’Esecutivo si è mostrato veramente molto determinato a riformare il mercato del lavoro, al punto da fissare in marzo il termine ultimo per la presentazione e l’approvazione di un provvedimento completo.
Il ministro Elsa Fornero si è sin da subito mostrata decisa ad intervenire in due direzioni: contratto unico e riforma dell’articolo 18. Per quanto concerne il contratto unico si tratterebbe di creare un meccanismo che eliminerebbe le differenze in termini di diritti e tutele attualmente esistenti tra diverse categorie di lavoratori (subordinati, a tempo pieno o part time, parasubordinati) per estendere a tutti uno zoccolo duro di diritti. Un esperimento già attuato in Francia e in altri paesi europei. Ad essere veramente rilevante in un contratto diventerebbe così la flessibilità in uscita, è per questo che si pensa di intervenire sull’articolo 18.
L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (la legge 300 del 1970) stabilisce una netta differenza tra le aziende che hanno più di 15 dipendenti e quelle che ne contano meno. Le prime hanno più difficoltà nel licenziare i dipendenti, possono farlo solo se sussiste una giusta causa, in caso contrario debbono reintegrare il lavoratore, come se non l’avessero mai allontanato. Le più piccole invece, possono licenziare più liberamente, non hanno l’obbligo del reintegro.
È questo uno dei principali motivi per i quali molti imprenditori preferiscono rimanere ‘piccoli’ e non ingrandirsi. Ed è proprio la dimensione ristretta delle nostre imprese la più importante causa per la quale il sistema produttivo italiano risulta poco competitivo rispetto ai maggiori competitor internazionali. Basti pensare che il 95 percento delle imprese ha meno di 10 dipendenti occupando il 47 percento del totale dei lavoratori. Lavoratori per i quali le tutele dell’artico 18 di fatto già non esistono, dunque. È per questo che il Governo sta pensando di portare quella soglia dai 15 ai 50 lavoratori, in modo da consentire anche una fusione tra piccole imprese.
Secondo Mario Monti inoltre, la scarsa flessibilità in uscita sarebbe uno dei motivi per i quali l’Italia continua ad attrarre pochi capitali dai grossi investitori stranieri. Ecco l’importanza dunque di una riforma dell’articolo 18.
Il fronte dei sindacati invece, è sempre più convinto che rendere più facili i licenziamenti significherebbe una <<catastrofe sociale>>. Susanna Camusso, segretario CGIL, ha ribadito proprio l’altro ieri la sua ‘indisponibilità’ a trattare sulla materia, e anche il Pd, specialmente la sua area di sinistra, è decisamente contrario a una modifica dell’articolo 18.
In un’intervista di ieri apparsa sul Corriere della Sera intanto, il ministro al lavoro Elsa Fornero ha posto l’accento anche su altri temi. Ha ribadito la sua volontà di riformare l’apprendistato <<come occasione per imparare una professione, non come un veicolo di flessibilità>>. Ha annunciato che presto arriverà un provvedimento per contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco e si è detta favorevole all’idea di ripartire il tempo di congedo tra padre e madre in caso di nascita di un figlio. Ha poi rivendicato con orgoglio la riforma delle pensioni, <<abbiamo ristabilito equità tra generazioni>>, ha detto.






