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‘L’italia sono anch’io’: Ponti cinesi

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Le spiego con estrema precisione di che si tratta e perché voglio farle un'intervista. Prima di porle qualsiasi domanda, mi tocca rispondere alle sue di domande. “È una ricerca statistica? E’ un articolo su di me? Dove va a finire? Perché proprio io?”. È al limite della riservatezza e va da sé che voglia mantenere l’anonimato. La rassicuro in merito, specificando che qualsiasi pezzo non viene mai pubblicato senza l’autorizzazione dell’intervistato. Non si sbottona più di tanto. Vuole sapere se registrerò la conversazione. Le dico che riascoltarla a freddo mi permetterebbe di riformulare al meglio le informazioni in modo coerente. Al di là delle dovute precauzioni, è stata molto gentile ad invitarmi per un tè a casa sua.

Vuole farsi chiamare Lèlè, che si legge “ll” con una breve aspirazione tra una l e l’altra. Nel dirmi questo, prende un piccolo pezzetto di carta poggiato sul tavolino. Scrive il primo ideogramma che significa “felicità”. Mi spiega che raddoppiandolo si ottiene il vezzeggiativo “allegra, spensierata”, puntando la penna sul segno e raccontandomi di come quand’era piccola tutti in famiglia la chiamavano così poiché rideva sempre. Siamo seduti di fronte in una piccola cucina. La osservo attentamente. I suoi occhi hanno un chiaro accento cinese, a differenza invece del suo italiano. A parte qualche sibilante che fa scivolare gli articoli dalla frase, è migliore del mio, viziato com’è dalla forte cadenza napoletana. Sul frigorifero c’è un Buddha cinese circondato da grandi scatole d’incenso con fragranza esotica di montagna. “Quello dei monasteri per intenderci”. Accanto, un’altra statuetta più piccola della Madonna e la foto di una santa. Un sincretismo perfetto nella composizione di un vero e proprio altarino, abbellito da grandi fiori finti. “In realtà sono atea”. Una contraddizione in termini altrettanto perfetta. Tuttavia aggiunge dicendomi come il buddismo, oltre a rappresentare una predisposizione dell’anima per lei innata, sia in qualche modo anche il legame simbolico con le sue radici. La Madonna invece fa parte di un’attitudine spirituale acquisita nel corso degli anni, dopo aver frequentato il catechismo con un sacerdote cinese nei pressi del Duomo. “Il cristianesimo si sta diffondendo in Cina e negli ultimi anni sono state costruite delle chiese”. Vicino l’altarino, c’è un piccolo quadretto con due panda che giocano immersi in una foresta di bambù. In fondo la ritrosia di Lèlè non era diffidenza.

Il padre arrivò in Italia per mezzo dell’azienda cinese con cui lavorava. Erano gli anni ottanta ed il contratto non era né bianco né nero, ma serviva ad acchiappare topi in Europa nell’epoca in cui la Cina sperimentava il socialismo con caratteristiche cinesi inaugurato da Deng Xiaoping. Lèlè e la madre lo raggiungono a metà degli anni novanta. Una volta conclusa la scuola media cinese e aver seguito un corso intensivo di lingua italiana nei mesi estivi, studia per sei mesi a Napoli così da ottenere un certificato scolastico per la convalida della licenza media e iscriversi regolarmente al liceo. “La mia famiglia era molto integrata, per questo non ho avuto problemi. E poi la scuola in Cina è molto più tosta”. Una volta raggiunta la maggiore età comincia subito a lavorare part-time come interprete e traduttrice iscrivendosi all’università, mentre i genitori ritornano definitivamente in Asia. Sono ormai più di quattro anni che vive da sola. Le chiedo perché il padre e la madre abbiano deciso dopo tanti anni di tornarsene a casa. Sorride con una spontaneità disarmante, presupponendo che le avessi chiesto quello che le ho chiesto per sapere quello che secondo lei io già sapevo e volevo sapere. Mi risponde come si risponde ad una domanda retorica, a sfregio della mia ingenuità. “Ovviamente si vive molto meglio a Pechino”.

Sorseggio lentamente il tè, lascio perdere l’intervista e le chiedo di parlarmi della sua città.

Anche lei prende la tazzina del tè bagnandosi appena le labbra prima di parlare. Torna almeno una volta all’anno. Mi racconta di come le sia ogni volta estremamente difficile riconoscere le strade. “Quando tornavo tra il 2005 e il 2008 compariva ad ogni angolo un grattacielo nuovo. Quelli vecchi invece continuavano a crescere nel cielo”. Mi parla di uno sviluppo urbanistico spaventoso, coronato dalle Olimpiadi del 2008. Avevo letto qualcosa in quel periodo. L’iperbolica ascesa economica della Cina avviata nel 1978 con la politica della porta aperta, dopo trent’anni avrebbe dato vita alla costruzione di una memorabile città olimpica nella capitale del paese per un costo complessivo di 38 mld di dollari, a fronte dei 12 stanziati per Londra 2012.

Lèlè studia economia e sostiene che il successo della Cina sia legato alla iper-organizzazione politica ed economica del paese. Beijing 2008 e l’Expo 2010 Shanghai non sarebbero altro che i frutti più maturi di un successo epocale. Sono d’accordo, senza ovviamente dimenticare il problema dei diritti umani.

La conversazione assume toni interessanti e Lèlè ha una battuta disinvolta per ogni domanda, mantenendo la tazzina del tè tra due mani concave per riscaldarsi. “Negli ultimi anni tutto si è evoluto ad una velocità incontenibile. Ogni volta che torno a casa tutto è cambiato. La Cina è diventata ricca quando ha cominciato ad esportare l’unica risorsa di cui disponeva. La risorsa umana. Tuttavia le differenze tra quartiere e quartiere, tra generazione e generazione sono enormi”. Le chiedo di spiegarmi quali sono le differenze di cui mi sta parlando. “Innanzitutto la ricchezza e la povertà, che sono visibilissime. E poi i modi di vestire. Le persone più anziane vestono in modo decisamente più tradizionale e poi c’è chi come me si è un po’ occidentalizzato nell’abbigliamento. Tra i giovani invece prevalgono le mode che vengono dal Giappone e dalla Corea, anche se le tendenze più seguite sono quelle della moda taiwanese”. Ha un attimo di esitazione. Poggia la tazzina sul tavolo e con un sorriso inequivocabile puntualizza. “Perché Taiwan è autonoma, ma fa parte della Cina”. Mi piacerebbe chiederle cosa ne pensa della questione tibetana e delle immolazioni nel Sichuan cominciate con quella del monaco Phuntsog nel marzo 2011, giunte a sedici con la morte del monaco Nyage Sonamdrugyu nel gennaio 2012. Rifletto in una frazione di secondo sull’associazione di idee generata da Taiwan - Tibet, glisso silenziosamente sulla domanda e lascio che la lettera T si dissolva in un altro sorso di tè. Sarebbe come chiedere ad un americano cosa pensa della Guerra messicano-statunitense. Buttare nella mischia la disobbedienza civile di Thoreau o l’attivismo artistico di Ai Weiwei sarebbe eccessivo.

Squilla il cellulare. Lèlè mi chiede scusa, si alza e risponde uscendo dalla cucina. Torna dopo qualche minuto. Il tempo giusto per rassettare le idee e continuare. Non riprendo il discorso da dove lo avevamo lasciato. Era il ragazzo da Milano. Sabato sera partirà per raggiungerlo. Le chiedo quali siano i rapporti tra la comunità cinese e quella italiana a Napoli. “All’inizio provavo a mettere in contatto le mie amicizie cinesi con quelle italiane. Poi a causa degli stili di vita differenti ognuno ha preso la propria strada. Le ragazze e i ragazzi cinesi a vent’anni progettano subito di sposarsi ed aprirsi un’attività. Tendono quindi a restare tra di loro. Non conosco alcun caso di matrimonio misto”. Il caso infatti è lei, nonostante non sia sposata. Il ragazzo parla cinese ed è innamoratissimo della cultura. L’estate scorsa hanno trascorso un breve periodo a Pechino.

La mia casa e la mia famiglia sono in Cina; la mia vita e miei affetti invece sono qui, in Italia”. La metà cinese rimpiange il fatto di non aver vissuto il grande boom economico. Alla metà italiana invece non manca nulla. In fondo ha trascorso più anni in Europa che in Asia, integrandosi perfettamente. Non potendo avere la doppia cittadinanza, non rinuncerebbe mai a quella cinese per quella italiana. Inoltre non sente l’esigenza di esprimersi dal punto di vista politico. E’ abituata a non votare data la presenza del Partito Comunista in Cina. “Almeno evitiamo di fare finte elezioni , risparmiando tempo e denaro”. Preferisco non controbattere per le stesse ragioni del Tibet. Tutte le contraddizioni in Lèlè sembrano risolversi in un’armonica presa di coscienza identitaria fortissima. Lasciando da parte la questione democratica, le chiedo invece quali siano i problemi a cui deve far fronte quotidianamente. “La discriminazione istituzionale qui è molto più forte di quella sociale. Adesso è aumentato anche il kit per il permesso di soggiorno. Noi stranieri non possiamo colmare da soli il debito italiano. Ultimamente è diventato un problema anche il fatto che sia giovane. Quindi in questa situazione ho la doppia colpa di essere giovane e straniera!”. Con una circolare risalente allo scorso Governo è stato infatti fissato a circa 200 euro il prezzo per ottenere il kit, con un aumento di più del 100%. Senza dimenticare il fatto che il nuovo capro espiatorio dell’Italia sono i giovani. “Fortunatamente per me, grazie al lavoro che ho trovato, quello pagato era l’ultimo rinnovo per ottenere la Carta di soggiorno”. Ottenere questo documento rappresenta una vera e propria conquista per le persone straniere in Italia. Il documento infatti può essere rilasciato solo dopo almeno sei anni di residenza, con un reddito necessario il cui importo sia pari all’assegno sociale, ha validità indeterminata e deve essere rinnovato ogni cinque anni. Una vera e propria liberazione dopo le varie trafile nella Questura tra motivi di ricongiungimento familiare, di studio o di lavoro.

Il tè si è fatto freddo. E’ trascorsa più di un’ora e si è fatto tardi. Tuttavia Lèlè sembra essersi messa molto a suo agio e mi dice che non ha fretta. Se voglio possiamo continuare ancora per un po’. Le titubanze iniziali sembrano essersi dissipate definitivamente. L’intervista in realtà è finita da un pezzo, o forse non c’è mai stata. Almeno come uno se la immagina. Approfitto per chiederle quali sono le cose che trova in comune tra italiani e cinesi. Mi risponde che in generale le differenze tra Nord e Sud in termini di stereotipi sono le stesse. “In particolare però posso dire che napoletani e cinesi sono molto simili”. Indicandomi uno scacciapensieri appeso sulla finestra mi spiega che la scaramanzia è un tratto peculiare comune ad entrambe le tradizioni. Inoltre mi racconta del pesce conservato nel frigorifero come simbolo di buon auspicio per il nuovo anno, con il quale un cinese si augura un minimo di dare-avere in più per l’anno nuovo. E i fuochi d’artificio del Capodanno. Aggiunge poi con una vena di sarcasmo la nomea negativa che hanno i cinesi e i napoletani in termini di furbizia, precisando però che nella maggior parte dei casi si tende sempre a dimenticare il fatto che entrambi sono popoli di grandi lavoratori e migranti. Per risalire infine alla grande passione per il viaggio condivisa da sempre tra italiani e cinesi. Anche lei ha viaggiato un po’ per l’Europa: Austria, Spagna e Francia. Le sarebbe piaciuto visitare Londra, la quale però non rientra nell’area Schengen di mobilità europea stabilita per gli extracomunitari e ha dovuto quindi rinunciare a causa delle barriere e dei tempi necessari per ottenere il visto. Nel frattempo la sua vita si snoda da anni sull’asse Napoli-Milano-Pechino tra viaggi di andata e ritorno continui assecondando il filo di un’esistenza che comincia dalla casa d’infanzia e si dipana come una matassa confusa di ricordi raccolti tra le diverse case che ha dovuto cambiare da quando è in Italia. Mi racconta di un importantissimo quadro portatosi dietro dalla Cina che ha lasciato in una di queste e che prima o poi tornerà a riprendersi. Me lo descrive come la cosa più cara portatasi dietro dal paese natale. Un quadro che in realtà è una composizione di tre papiri antichi molto pregiati dipinti a mano raffiguranti la Muraglia, la Tigre e il Dragone. “Il mio preferito è la Tigre che rappresenta la volontà di evolversi, la speranza di diventare migliore, la forza e l’aggressività. Tutti noi cinesi abbiamo sofferto tanto a causa di Mao e la protesta di piazza Tienanmen. Questo è un mio sentimento personale, il mio punto di vista. Se vai in Cina potresti trovare anche alcuni nostalgici”. Senza accorgersene, Lèlè mi offre lo spunto per un nuovo termine di paragone tra italiani e cinesi. Per concludere le chiedo se ha intenzione di tornare a Pechino un giorno. Le piacerebbe tornarci più spesso, ma non lasciando l’Italia definitivamente. Con un’azienda italiana, magari. “Fino a questo momento questo paese è stato per me un’opportunità. Adesso forse è arrivato il momento di cambiare la prospettiva. Io sono una risorsa e potrei essere il ponte per il mercato più grande e ricco del mondo”. La ringrazio per la disponibilità e i modi gentili. Le lascio la mail e prendo la sua. La rassicuro una volta di più sull’articolo, dicendole che una volta completato toccherà a lei leggerlo e decidere se autorizzarmi a consegnarlo o meno. La saluto e mi accompagna alla porta.

Una volta scese le scale, decido di fare una lunga passeggiata ed accendermi finalmente una sigaretta. Per tutto il tempo non ho potuto fumare. Ripenso all’intensa chiacchierata e alla storia dei ponti.

E’ ora di pranzo. Ho fame. Sotto questo punto di vista ho sempre considerato Napoli come una sorta di bunker autarchico dell’alimentazione, una città fallimentare per qualsiasi tipo d’investimento da parte delle multinazionali straniere. Con la possibilità di poter mangiare pizza, salsiccia, friarielli, mozzarella, babà e sfogliatelle, quale napoletano si sognerebbe mai di chiudersi in un fast food? L’unico caso al mondo di fallimento per un Mc Donald’s è forse quello di Piazza Dante. Il fatto è che tutto questo parlare di Cina mi ha fatto venire voglia di ravioli, riso e involtini. A questo punto si tratta solo di scegliere se continuare a passeggiare o meno per trovare un ristorante cinese. Tra il centro e piazza Garibaldi avrei solo l’imbarazzo della scelta. Poi mi toccherà far leggere l’articolo a Lèlè.

Intervista in collaborazione con Maria Seredenko e Ilaria Izzo dell’Associazione Hemispheres

Si ringrazia per l'immagine la Redazione di http://www.mondocina.it/

Frenk Schiavone

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