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‘L’Italia sono anch’io’:Sri Lanka made in Italy

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Aravinda_Aluth

Aravinda Aluth è “ ’o guaglion ra casa affianco ” del film documentario 18 Ius Soli girato dal regista italiano Fred Kuwornu. “Io mi sento italiano anche se non ho la cittadinanza perché sono qui da quando avevo tre anni”. Una dichiarazione di appartenenza che si scontra con un paradosso della legge, per il quale un ragazzo cresciuto e vissuto in Italia fino alla maggiore età è costretto a vivere da straniero con un permesso di soggiorno.

Riesco ad incontrare Aravinda nel primo pomeriggio di un caldo lunedì invernale. Lo vedo arrivare stretto in un’elegante giacca nera con al collo una sciarpa grigia. Passo svelto e mano in tasca. Lo guardo attraversare la strada prima che mi raggiunga. Si scusa per il ritardo e ci accomodiamo nei pressi di un bar ordinando caffè. Sguardo gentile e sorriso morbido, con un tono di voce determinato comincia a raccontarsi senza mostrare il minimo imbarazzo. Accende una sigaretta e mi dice subito che nonostante sia nato in Sri Lanka nel maggio del ’91, i suoi primi ricordi parlano italiano. Il padre emigrò dall’Asia agli inizi degli anni ’80 e, dopo diversi anni vissuti ad Amsterdam, decise di trasferirsi in Italia per motivi lavorativi. Trascorsi i primissimi anni al sole dell’Oceano Indiano, nel ’94 Aravinda e la madre ricongiungono la famiglia Aluth sotto il sole del Mediterraneo. “All’epoca i miei genitori pensavano che fosse la scelta ideale per garantirmi un futuro, ma data la situazione economica attuale dell’Italia, mia madre talvolta rimpiange di essere partita”. Asilo, elementari, medie e liceo. Sono trascorsi quasi 18 anni e, dopo aver presentato la richiesta di cittadinanza una volta raggiunta la maggiore età, ‘o guaglion è ancora considerato uno straniero in una terra che col tempo è diventata anche la sua terra. Mi dice che le procedure sono lunghe e che l’iter burocratico è appesantito dalla volontà di mantenere la nazionalità srilankese, un legame che tuttavia si risolve in periodici viaggi turistici e le domeniche a pranzo, quando il sogno di ritorno della madre si apparecchia in tavola. Una speranza che non trova però corrispondenza nel momento in cui il salto generazionale trasporta il vissuto del figlio dall’altra parte del mondo. “Io non mi sento srilankese”. Presa di posizione fortissima, nonostante la giovane età. Aravinda condivide i legami che la famiglia ha instaurato con la comunità a Napoli, mi racconta di come il padre abbia organizzato il Capodanno srilankese a Piazza Dante, ammettendo però di non sentirsi in alcun modo partecipe di queste iniziative.

 Il ticchettio delle tazzine poggiate sul tavolino scandisce il tempo trascorso in attesa del caffè. La conversazione s’interrompe mentre lo strofinio agitato della bustina di zucchero cadenza il breve silenzio. Il secondo ticchettio degli spiccioli conclude la pausa. Mi dice di aver cominciato a capire la differenza con i suoi amici quando, non andando a scuola, si ritrovava nelle file della questura tra decine di persone in attesa per un foglio di carta. La legge italiana infatti dispone la possibilità per le famiglie straniere di comprendere la tutela dei propri figli all’interno di un permesso di soggiorno di uno dei due genitori per motivi di “ricongiungimento familiare” fino all’età di 14 anni, dopo i quali la permanenza del minore deve essere regolarizzata tramite un nuovo permesso autonomo per motivi di studio. “Mia sorella ha 14 anni. Adesso toccherà a lei anche se a differenza mia è nata qui a Napoli”. Dopo il liceo vorrebbe intraprendere gli studi di architettura. Nel tempo libero organizza eventi, ma non può in alcun modo firmare un contratto di lavoro poiché essendo giustificato da motivi di studio, l’attività lavorativa dovrebbe essere subordinata per un tempo non superiore alle 20 ore settimanali per un massimo di 1040 ore di lavoro all’anno. In passato gli avevano offerto la possibilità di iscriversi ad un noto partito politico per la promozione di programmi giovanili, un’opportunità che tuttavia non ha potuto sfruttare in quanto un extracomunitario non può partecipare pubblicamente alla vita politica italiana.  A questo punto i toni spensierati di un attimo prima lasciano trasparire un certo fastidio. Mi racconta della sua passione per la fotografia e di come sia riuscito a progettare la creazione di una rivista di moda che però non ha potuto registrare a suo nome, ma alla quale può collaborare solo in modo informale per diversi motivi. L’Ordine dei Giornalisti infatti concede l’iscrizione all’albo solo ai cittadini italiani, riservandosi di riconoscere l’attività dei giornalisti stranieri solo tramite titoli professionali conseguiti nel paese di appartenenza. Il decreto di riconoscimento del titolo deve poi essere a sua volta integrato da misure compensative, quali una prova attitudinale o un tirocinio di adattamento. E’ difficile etichettare a prima vista Aravinda, denti dravidici e savoir faire latino, poiché sembra muoversi con disinvoltura in ambiti diversi e sorprende per la sua capacità di essere determinato nonostante i limiti istituzionali. Un limite che si ergerebbe a muro nel momento in cui decidesse di trasformare i propri motivi di studio in motivi di lavoro: se non hai un lavoro non puoi ottenere un permesso di soggiorno; se non hai un permesso di soggiorno non puoi lavorare. Senza considerare le limitazioni a cui andrebbe incontro semmai volesse partecipare a bandi o concorsi. I toni sembrano tornare sereni e quasi divertiti quando mi racconta che anche la sua ragazza ed i suoi amici dessero per scontato il fatto che lui fosse italiano e che l’unica differenza si risolvesse in una maggiore o minore presenza di melanina. “L’unica cosa che mi manca per essere italiano è la cittadinanza”.

In un articolo comparso sull’Internazionale, Noam Chomsky, riprendendo il concetto orwelliano di “non persone” in riferimento a quelle persone ufficialmente inadatte ad entrare nella storia, condanna  al contrario l’intera popolazione mondiale a barcollare “sull’orlo di un buco nero” a causa dell’indifferenza delle istituzioni internazionali. Riducendo la portata della condanna, si potrebbe dire che anche l’intera popolazione italiana barcolla sullo stesso orlo, a causa dell’incapacità storica di ridefinire nuovi parametri culturali in grado di valorizzare al meglio le risorse silenziose che in un modo o nell’altro contribuiscono attivamente alla crescita di un paese a sua volta disorientato da un processo di profonda trasformazione sociale in atto ormai da decenni, non sorretto adeguatamente da sistemi d’informazione adatti a percepirne il mutamento.

Spengo l’ultima sigaretta. Aravinda si alza poggiando le mani sul tavolino e  lasciando scorrere la sedia dietro di sé. Spengo il registratore. Ci alziamo. Stretta di mano forte. Lo ringrazio riservandomi di chiedergli in modo confidenziale come vede il suo futuro: “Non ho alcuna certezza lavorativa. L’unica certezza è che da qui che partirà tutto. Da quella che considero una casa”.

Intervista e Fotografia in collaborazione con Maria Seredenko e Ilaria Izzo dell’Associazione Hemispheres


Frenk Schiavone

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