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In Turchia il più alto numero al mondo di giornalisti imprigionati

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Inquietante è la notizia battuta pochissimi giorni fa dal giornale turco Hürriyet Daily News, secondo il quale il numero dei giornalisti imprigionati in Turchia ammonterebbe a 105, così come comunicato dalla Piattaforma Solidale ai giornalisti imprigionati, che afferma: <<La Turchia ha il più alto numero al mondo di giornalisti imprigionati>>. A conferma di questi dati è il recente arresto di Aziz Tekin,rappresentante del giovanissimo giornale in lingua curda Azadiya Welat, nel corso di un’operazione contro l’Unione delle Comunità Curde (KCK) .

È di ben 68 il numero di coloro i quali sono detenuti in carcere accusati di terrorismo in quanto hanno “ toccato i temi-tabù della società turca, ossia governo ed élite della società”, almeno a sentir l’opinione dell’Hürriyet, uno dei più autorevoli e seguiti quotidiani laici del paese e critico nei confronti del governo filo-islamico moderato guidato da Erdoḡan. Numerosi sono anche i provvedimenti a carico di molti giornalisti; sembra, infatti, che in Turchia circa 4.000 giornalisti siano sotto indagine per i temi trattati, mentre oltre 1.000 hanno procedimenti giudiziari a carico. La stessa lista compilata e pubblicata da Reporters sans Frontières in materia di libera espressione colloca la Turchia al 100° posto, in fondo alla classifica, seguita da molti paesi arabi.

Proprio per rivendicare maggiori libertà, è stato creato il Premio per la libertà di espressione e di pensiero, assegnato nel 2011 al giornalista Ahmet Șik e all’editorialista Bedri Adanir, che ha curato la pubblicazione di un libro in lingua curda. La curiosità, però, è che entrambi i premiati erano impossibilitati a ritirare il premio, in quanto trattenuti nelle carceri turche da alcuni mesi, con l’accusa di terrorismo e di complotto contro il governo di Erdoḡan. Il rilascio dei giornalisti è stato più volte chiesto ad alta voce da tutto l’ambiente culturale ed intellettuale turco, ma più volte le corti di Istanbul ne hanno negato la possibilità.

Questa situazione ha creato, nell’opinione pubblica, la certezza che la libertà di stampa non sia un diritto acquisito, ed è proprio per questo motivo che si è istituita una giornata mondiale della libertà di espressione che si commemora il 3 maggio, e che ha visto l’anno scorso l’inaugurazione di un monumento dedicato ai principi di espressione e divulgazione.

Il continuo diniego e i molti ostacoli hanno, inoltre, delineato, nell’ambiente dell’informazione, il nemico comune contro il quale rivolgere le proprie energie, i propri sforzi: il governo. Come traspare dalle rivelazioni di Ercan Ipekci, presidente dell’Unione dei giornalisti della Turchia, “ non c’è libertà di stampa e questo è il risultato della politica del governo”. Un tono molto più cupo è stato usato da Metin Celal, presidente dell’associazione editori, intervistato dal quotidiano Hürriyet: << La nostra situazione è addirittura peggiore di quella precedente al primo golpe del 1980>>.

La tematica della libertà di espressione è un terreno che ha interessato il dibattito in tutto il mondo, ma in Turchia è ulteriormente complicato dai fattori sociali e storici che hanno contribuito alla formazione della Repubblica. Il continuo controllo sull’informazione e sulla divulgazione va letta in un’ottica politica: bisogna infatti ricordare che la Turchia ha avuto, fino ad ora, un regime totalitario dove le opinioni discordanti mal si adattano alle esigenze e alle necessità del governo di avere l’appoggio e il supporto totale delle masse. Un regime totalitario che tra l’altro è impegnato ad esaltare la visione internazionale della Turchia, per esempio, per la posizione geografica, vista come porta tra Oriente ed Occidente, o per l’economia sempre più aperta e vicina a quella occidentale, riuscendo a nascondere agli occhi del pubblico internazionale i reali problemi interni tra cui la libertà di stampa e di opinione. Tutto questo dovrebbe far riflettere su quanto un maggior interesse internazionale potrebbe influenzare l’andamento del Paese.

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Frenk Schiavone

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