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Cina, ancora nessuna traccia di Ai Weiwei, l’artista arrestato 54 giorni fa

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Ai Weiwei

“Cosa possono fare più di mettermi al bando, rapirmi o imprigionarmi? Potrebbero forse costruire la mia sparizione nell’aria ma non hanno creatività o immaginazione” - scriveva Ai Weiwei nel 2009 sul suo blog, prima che il governo lo censurasse nei giorni in cui l’artista si occupava di un’indagine sulle cause del crollo delle scuole durante il terremoto del Sichuan  nel 2008; quel devastante terremoto, le cui indagini sono coperte dal segreto di stato e le cui vittime, tutti studenti, ammontano a 5000.

Architetto, intellettuale, blogger e attivista politico, Ai Weiwei, 53 anni, è stato fermato  il 3 aprile scorso dalla polizia all’aeroporto di Pechino. Il suo studio, situato nel distretto artistico di Caochangdi di Pechino è stato perquisito ed otto dei suoi collaboratori sono stati fermati e poi rilasciati. Da quel 3 aprile non si hanno più sue notizie.

Il suo arresto è parte di un’attività di repressione del dissenso innescata dalla Rivoluzione dei Gelsomini, il movimento di rivolta nordafricano che in Cina ha ispirato manifestazioni non violente con il lancio simbolico di gelsomini che da febbraio ha portato all’arresto, sequestro e perquisizione di più di 100 persone.

Tra le opere più sorprendenti di Ai Weiwei, l’artista cinese più famoso a livello internazionale, il design dello stadio di Pechino “Il Nido” per le Olimpiadi 2008 e la realizzazione di una minuziosa indagine sul terremoto del 2008 nel Sichuan.

La vicenda di Ai Weiwei ha subito suscitato la preoccupazione internazionale sin dalle prime settimane del suo arresto. La vicenda è stata trattata dai maggiori quotidiani internazionali e diverse sono state le richieste di spiegazioni e rilascio da parte di Germania, Francia, Stati Uniti ed Unione Europea. L’approccio dell’Italia alla vicenda è stato diverso, il governo non si è pronunciato in merito e la stampa Italiana  soltanto nelle ultime settimane ha dedicato spazio al caso di Ai Weiwei con un appello lanciato  in rete dal blog Disambiguando, che il 20 aprile scorso prendendo spunto da un articolo di Sara Giannini su Roar Magazine, si chiedeva perché soltanto in Italia  non vi fosse stata mobilitazione per Ai Weiwei. L’Associazione Pulitzer infine ha accolto l’appello attirando l’attenzione  di  giornali e blog.

Le iniziative per chiederne il rilascio immediato non sono mancate. Il Tate Modern Museum di Londra ha esposto sulla facciata del suo edificio la scritta a caratteri cubitali “Release Ai Weiwei”, i direttori di alcune importanti istituzioni museali mondiali hanno chiesto che l’artista fosse liberato attraverso la campagna “Call for the Release of Ai Weiwei”, appello che in Italia non ha avuto seguito nel mondo artistico e culturale.

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare di Ai Weiwei e della sua società Beijing Fake Cultural Development Ltd. , cui la polizia contesta l’accusa  di aver evaso un’ ”ingente quantità” di tasse ed aver distrutto importanti documenti contabili. Secondo l’Agenzia di stampa Xinhua la ragione per cui la polizia ha cominciato ad indagare sulla società  sarebbe da attribuire a sospetti “crimini economici”, ragione non  condivisa dalla famiglia e dagli amici dell’artista e dissidente  cinese.

Io non andrò via da qui a meno che non dovessi avere altra scelta. Appartengo a questo paese e non c’è nessuna ragione per cui io vada via.”- Ai Weiwei in una delle sue ultime interviste.

Da quel 3 aprile  sono trascorsi 54 giorni e ancora non si hanno notizie dell’artista cinese più famoso al mondo che ha rivendicato la libertà di espressione in tutte le sue forme.

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Frenk Schiavone

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