Ormai è passato più di un anno dal famoso discorso di Obama al Cairo in merito ai negoziati di pace israelo-palestinesi e a quanto pare, facendo un po’ di bilanci, il magniloquente discordo del presidente degli States si è rivelato soltanto un’accozzaglia di Haki Fadi. Sì, parole vuote perché oggi la più spinosa questione mediorientale, che va avanti ormai da oltre sessant’anni, è sempre la stessa. L’elezione di Obama non ha apportato alcun cambiamento. Nel suo bel discorso Obama si fece promotore di libertà e di democrazia, si mostrò solidale nei confronti dei palestinesi e soprattutto, diede loro speranza. Eppure il presidente non è riuscito a mantenere la parola data un anno fa.
La situazione non è cambiata in Palestina: Netanyahu, i coloni in Cisgiordania, Hamas a Gerusalemme Est e nella striscia di Gaza, Fatah il cui potere è sempre più marginale e fittizio. La “babele israelo-palestinese” non si smentisce. Qualche mese fa, il primo ministro israeliano Netanyahu, sentendosi (nuovamente) alle strette, appoggiato dalla Knesset e dalla destra in particolar modo, ha accettato di realizzare i famosi “due stati per due popoli” però…sulle rive del Giordano! Pur di tenersi stretta Gerusalemme, gli israeliani concederebbero la “terra promessa” ai palestinesi “in diaspora” in territorio giordano, dove già attualmente quasi la metà della popolazione è costituita da palestinesi. Cosa comporterebbe tale scelta?L’espulsione di tutti i palestinesi dalla Palestina, da Gaza, da Gerusalemme, da Ramallah per “impiantarli” in Giordania.
Eppure, nonostante fino ad ora Obama e la sua amministrazione abbiamo anteposto la stabilità regionale alle riforme democratiche, pare ci si aria di cambiamento e soprattutto di “rimonta”.
Il presidente ha indetto un incontro fissato per il due settembre a Washington tra il primo ministro israeliano Netanyahu e il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen. Pare che non gli vada giù di rimangiarsi la parola data. L’obbiettivo è sempre lo stesso: cercare il compromesso che porti ai “due stati per due popoli” (possibilmente non sulle rive orientali del Giordano, ma a Gerusalemme).
Eppure per molti ( soprattutto per buona parte dell’opinione pubblica americana) “l’operazione Palestina” è troppo per Mr.Obama, qualcosa che va oltre le sue possibilità. Sarà per la complicata questione interna (coloni; Knesset; mancanza di un leader per tutti i palestinesi, effettivamente la firma di Abu Mazen è quasi irrilevante, servirebbe anche Hamas al tavolo dei negoziati) , per la leadership americana che si è fortemente indebolita o per l’emblematica figura di Benjamin Netanyahu,non solo politico israeliano ma anche “attore della vita politica americana” accanito sostenitore del partito repubblicano statunitense a cui non dispiacerebbe poi tanto se Obama lasciasse la Casa Bianca alle prossime elezioni.
E’tutto da vedersi. Il due settembre è vicino.






