Dopo quattro mesi dalle elezioni dello scorso sette Marzo, l’Iraq ancora non ha un leader. Finora il governo non ha elaborato leggi e la prima seduta in Parlamento è avvenuta soltanto il quattordici Giugno, con scarsi risultati. L’obiettivo delle elezioni di assicurare agli Iracheni la formazione di un nuovo governo in modo regolare e democratico, sembra ormai lontano, mentre riemerge l’antica abitudine al settarismo etnico- religioso, e quindi politico.
Tutt’ora la linea politica laica e nazionalista di Iyad Allawi sembra rappresentare l’unica leadership coerente per il Paese, capace di coinvolgere finalmente le minoranze sunnite e curde, ma proprio per questo tacciata dagli Sciiti di essere filo- baathista, l’orientamento sunnita che ha fatto capo per lungo tempo a Saddam Hussein. La soluzione in teoria è semplice, occorre una coalizione di governo super- partes con un programma condiviso. In pratica, è molto più difficile, dal momento che i due “contendenti” si sono incontrati per la prima volta dopo le elezioni il dodici Giugno scorso, e prevalgono ancora le storiche diffidenze e rivalità tra Sunniti e Sciiti. I primi si sentono puntualmente esclusi dal processo politico del Paese( anche prima delle elezioni in questione sono stati vittime dell’esclusione dalle liste di tutti i filo-baathisti, appoggiata tra l’altro da Nuri al-Maliki) e vedono la maggioranza sciita pericolosamente vicina all’Iran. Dal canto loro, gli Sciiti si sentono minacciati dal progetto federale e laico sunnita, ma soprattutto da una possibile insorgenza militare sunnita, supportata dagli Stati sunniti limitrofi. In tale panorama, i Curdi sono un ulteriore elemento di disturbo, mal considerati da chiunque e sostenitori di un autonomismo politico ed economico.
Un governo così instabile è facile preda di un’insorgenza militare e non fa che acuire i due problemi più gravi dell’Iraq, le ingerenze straniere soprattutto nell’economia nazionale e il terrorismo politico, e quindi l’uso della violenza che colpisce anche i civili e getta il Paese in un clima di quotidiana insicurezza. Ciò determina una serie di conseguenze negative sul piano economico e sociale. La ricchezza derivante dal petrolio va a esclusivo vantaggio di compagnie straniere e non crea posti di lavoro per la popolazione. Inoltre, l’esportazione di petrolio non copre le ingenti spese di importazione di molti generi alimentari di prima necessità. La crescita economica è fortemente scoraggiata dagli infiniti ostacoli che trovano investitori e piccoli imprenditori. Oggi chi decide di avviare un’attività in Iraq deve fare i conti primo con i costi elevati del carburante per i generatori di corrente, perché la distribuzione di elettricità è insufficiente e differente da area a area e la rete elettrica è in pessimo stato. Poi, deve affrontare tutte le difficoltà, e le spese, originate dall’alto rischio di attentati, come i continui checkpoints sulle strade principali, l’esigenza di disporre di personale di sicurezza, i coprifuoco che limitano la libertà di circolazione, la reticenza delle banche a concedere prestiti.
In tali condizioni, appare davvero difficile rilanciare l’economia irachena, che per ora resta dipendente dagli investimenti delle potenze straniere, su tutte gli Stati Uniti. Senza contare che la popolazione è afflitta da disoccupazione e mancanza di servizi indispensabili, quali la sanità e l’accesso alle risorse d’acqua. Di certo la situazione non potrà che peggiorare, se l’attuale governo non trova una linea d’azione comune e non si libera completamente dalle consuete divisioni interne, che accrescono il rischio di corruzione, del ricorso a milizie di partito e del ritorno di uno Stato autoritario. Si creerebbe così un circolo vizioso, da cui è impossibile uscire, almeno nel breve tempo.






