Qualcosa si è mosso a Budapest: nella giornata di sabato 22 gennaio centinaia di migliaia di ungheresi hanno sfilato per le strade della capitale ungherese, non solo in segno di protesta contro il governo dell’ormai noto premier, Victor Orban, il quale si è guadagnato l’onore della ribalta in seguito alla sua attività politica di trasformazione dell’assetto costituzionale dell’Ungheria che ha suscitato ampie polemiche da parte dell’Unione Europea, ma anche in suo favore.
Prima che la manifestazione antigovernativa avvenisse, un corteo di dimostranti organizzato dal partito di centro-destra Fidesz, al potere, ha inscenato una prima manifestazione generando un clima di fervente partecipazione politica che ha visto circa 100.000 cittadini coinvolti, che hanno sfilato per le strade della capitale. La manifestazione a favore del governo ha avuto un maggior impatto mediatico della seconda, salutata la prima dalle autorità, come una spontanea manifestazione di vicinanza dei cittadini nei confronti dell’operato del governo.
Invece le ragioni delle rimostranze sono state diverse: se la manifestazione pro governativa è nata per solidarietà al governo nei confronti delle pressioni internazionali, motivo scatenante della contromanifestazione è stata invece la chiusura di una radio, Klub Radio, accusata dal governo di non fare corretta informazione; in realtà la radio manifestava solamente il dissenso nei confronti delle pratiche, giudicate illegali, di Orban. Ma sebbene la protesta abbia avuto come simbolo la radio “del dissenso”, la manifestazione ha avuto luogo anche per la paura che il silenzio dei cittadini di fronte all’agire del governo potesse allontanare gli occhi del mondo, lasciando campo libero alla nascita di un vero e proprio regime. In virtù di ciò, lo stesso direttore esecutivo della radio al centro della manifestazione, Andras Arato, ha ridimensionato il ruolo della radio nella protesta, evitando di trasformare la radio in un simbolo politico, chiedendo solo di ritornare a lavorare e di far parlare di nuovo la sua radio senza interferenze. La stessa radio è stata al centro della missiva inviata a dicembre dal segretario di Stato americana Hilary Rodham Clinton al premier ungherese, facendo presente come la democrazia venga messa in pericolo attraverso queste pratiche. Ma Orban ha ribattuto che l’Ungheria vive nella democrazia e che essa è basata sulle leggi e su nessun’altra connessione con la politica. Ma la frase di comodo, sibillina, del premier, ha suscitato le ire dell’Unione Ungherese per le libertà civili, che dalle parole del proprio presidente Balasz Denes ha ribadito che la lotta come punto di partenza abbia avuto sì la difesa di una radio, ma tale lotta è nata soprattutto per difendere la libertà di espressione che proprio le attuali leggi, le stesse tanto difese da Orban, stabiliscono non più una tutela ma un regime a disposizione di pochi e non dei cittadini. Denes conclude, dicendo: “Li dove i poteri decidono chi può parlare e chi no, e lo fanno con gli strumenti solo apparentemente legali, lì il diritto della legge e la libertà cessano la loro esistenza”.
Il sabato ungherese ha portato alla luce uno sfondo di profonda confusione in cui gli ungheresi si ritrovano, dove più che evidenti di mostrano gli effetti della crisi economica, e le pressioni della comunità internazionale, in particolare degli europei e del Fondo Monetario Internazionale che mettono in allarme il paese. L’impressione scatenata nella comunità internazionale dalla grave ingerenza che il governo fa nei confronti della giustizia, nell’economia e nella libertà di espressione del paese appellandosi ad una legittimità di cui il governo magiaro si sente investito, nasce dal lavoro compiuto l’anno scorso per modificare la Costituzione ungherese e che è entrata in vigore quest’anno, secondo le volontà della coalizione di centro-destra al potere. Ma le reazioni all’interno del paese rimangono contrastanti e anche se agli occhi degli osservatori esterni, la maggior parte della popolazione consideri negativamente il governo, forti sono le valutazioni positive nei confronti della figura del premier Victor Orban, che sembra ritrovarsi in vecchie tradizioni nazionalistiche ma che in ogni caso, con la sua politica, rischia un pericoloso isolamento, che espone ad ulteriori gravi rischi il popolo ungherese.






