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Habemus Papeschi: alla galleria Cellamare il Principe della provocazione

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In passato, i poteri forti l’avrebbero bollato come iconoclasta e probabilmente messo al rogo. Oggi nell’era dell’immagine, è lui ad incendiare le icone di una globalizzante cultura di massa, imposta da una regia superiore fatta d’interessi e cattivo gusto. Max Papeschi da attento censore del suo tempo, ha capito che la contestazione della cultura generalmente condivisa può essere un atto rivoluzionario, ma anche un’efficace spotlight per portare la propria opera (e se stessi) alla ribalta.

Se Richard Hamilton ha elaborato nei suoi dipinti-collage, una realtà costruita interamente sul mito del quotidiano ed unicamente popolata da icone Pop-Art, Papeschi esplora quella che può essere considerata la possibile variante di una realtà parallela. In un infinito gioco di specchi, la realtà delle sue opere, nell’autodeterminarsi finisce col riflettere i significati ermetici della vera realtà, svelandone miti, contraddizioni ed ipocrisie.    

Max Papeschi con i suoi collage digitali compila i nuovi bestiari, in cui animali travestiti da uomini e personaggi fantastici antropomorfi, svelano la bestialità del nostro tempo: politici, finanzieri, banchieri, militari e faccendieri, protagonisti orwelliani di una grottesca distopia totalitaria, ingrassano presso la “fattoria” della spettacolarizzazione mediatica che tutto consuma e nulla produce.

Papeschi, questa è un’epoca in cui i dissacratori sono messi sul piedistallo piuttosto che al rogo?

In realtà, seppure metaforicamente, il rogo continua ad esistere. Quando un’opera suscita un certo scalpore, magari perché si è cercato di demolire un tabù, vieni attaccato da ogni parte: con la polemica di Potsdam, dove ho presentato un manifesto in cui la svastica nazista faceva da sfondo ad una donna nuda con la faccia di Topolino, mi hanno dato sia del fascista che del comunista. In effetti attraverso i miei lavori, condanno in primis il bisogno ossessivo di etichettare ogni cosa, vero preludio alle facili strumentalizzazioni.

Spesso sei descritto come un irriverente presenzialista dell’arte contemporanea e si ha l’impressione che il “contenuto” delle tue opere sia in parte eroso da questo sensazionalismo: non t’infastidisce che il tuo lavoro artistico sia  in un certo senso eclissato dal personaggio Max Papeschi?

No, sia il sensazionalismo che l’essere “equivocato” non mi disturbano affatto, data la mia infanzia artistica nel mondo dello spettacolo, considero tutto ciò parte del gioco! Il mondo dell’arte è ancora relegato ad ambienti specifici: il pubblico delle mostre è intellettualmente preparato, ma alquanto ristretto ed anche un po’ snob. Grazie alla diffusione sul Web, il mio lavoro viene visto molto di più, incontra un pubblico più vasto, seppure potenzialmente meno preparato a leggere determinati contenuti o riferimenti. Le mie opere sono ricche di rifermenti “criptati” per soddisfare l’élite culturale, ma al contempo utilizzo un linguaggio come quello pubblicitario, immediatamente comprensibile ed universalmente riconosciuto.

Non è quasi un controsenso per un no-global dell’arte, ricorrere proprio al linguaggio pubblicitario?

In effetti la mia comunicazione artistica è piuttosto trasversale rispetto alle tecniche ed ai media utilizzati. Questo perché essenzialmente metto insieme dei concetti: le mie elaborazioni digitali sono volutamente imprecise, perché puntano al contenuto più che alla verosimiglianza. Così come scimmiotto la comunicazione pubblicitaria, realizzando delle finte propagande, in cui vendo prodotti “al netto della menzogna”. Nelle mie campagne pubblicitarie tutta l’ipocrisia del mito del benessere, viene rimossa, capita per cui che la Coca-Cola possa sponsorizzare un bombardamento, oppure che la bomba intelligente sia firmata Apple. In realtà la mia opera non è né antiamericana, né dichiaratamente no-global, il mio intento è offrire una chiave di lettura alternativa della realtà stessa, destrutturando lo stucchevole cliché buonista.

In occasione della mostra Role-Play proponi una tua particolare lettura storica del XX secolo, attraverso le copertine rivisitate del magazine americano Life. In un intrigante gioco di ruolo, le tue opere e quelle di Alvar Veelt comunicano tra loro, rimandando così al pubblico la vacuità e la fragilità della cultura dell’immagine.

A Life less ordinary è un “riassunto” della storia del Novecento, 16 copertine dedicate ad altrettanti eventi salienti dello scorso secolo, reinterpretati dalla mia creatività. Il risultato è una storia edulcorata, ricostruita e venduta come un prodotto:  ogni evento può essere spettacolarizzato al massimo, per poi essere velocemente sostituito da quello successivo. È una sorta di compendio della grandeur effimera dei nostri giorni, siamo in un epoca di fast food mediatico dove anche la storia si decide a tavolino.

Attraverso la sua eclettica opera, Papeschi pone l’accento sulla pericolosità delle ideologie, suscettibili di essere prodotti di largo consumo, facilmente deperibili e di dubbia rintracciabilità, la cui necessità può essere subdolamente indotta dall’interesse di pochi.

“Siamo impegnati in un gioco in cui non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto.” (G.Orwell)

Ancora pochi giorni per visitare la mostra ROLE-PLAY,  fino al 28 febbraio   

GALLERIA CELLAMARE INTERNO 56

Via Chiaia 149/d (80132)

+39 3454893748

+39 3394997895







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