La data del 1 Luglio resterà certamente nella storia del Marocco: il referendum, che con grande consenso popolare ha approvato le modifiche alla Costituzione volute dal re Mohammed VI, è indice di un esito costruttivo della Primavera Araba del Paese. Infatti, il Marocco è l’unico Stato arabo in cui il governo ha risposto alle richieste di chi è sceso in piazza per esigere una svolta democratica nella vita politica e sociale del proprio paese, evitando che il criticismo diffuso si trasformasse in una pericolosa rivoluzione, come è accaduto negli altri Paesi arabi.
Eppure le reazioni post-referendum ci pongono di fronte alle contraddizioni delle attuali dinamiche politiche del Marocco: da una parte, il movimento del 20 Febbraio, che dall’omonima data ha raccolto in piazza migliaia di giovani a favore di riforme democratiche, continua a protestare nelle principali città, lamentando che quello proposto dal re non è che un cambiamento di facciata, che non risolve di fatto questioni come lo strapotere del re e dell’elite di Palazzo e la corruzione endemica. Dall’altra, i risultati positivi del referendum e i media occidentali parlano di un cambiamento radicale e di un processo democratico che ha portato il Marocco da una monarchia assoluta a una costituzionale. La “nuova” Costituzione effettivamente ha fatto due grandi passi in avanti: il primo ministro è ora a capo del governo, ha poteri fino a oggi riservati solo al re, presiede alle riunioni in Parlamento, può scioglierlo, soprattutto verrà scelto dal partito di maggioranza in Parlamento secondo i dati delle elezioni legislative. Il sistema giudiziario è finalmente indipendente, il Consiglio della Magistratura non è più presieduto dal ministro della Giustizia ed è stata creata una Corte Costituzionale.
Ma può bastare questo a farci parlare di monarchia costituzionale ? Non si può negare che dal 1999, anno in cui Mohammed VI sale al potere, il Marocco ha fatto passi da gigante; il re ha riformato il diritto di famiglia a favore della donna, si è allontanato dai metodi repressivi del padre Hassan II, ha incoraggiato la ripresa economica del Paese. Resta però l’ atteggiamento ambiguo del re “riformista”, costretto da rivendicazioni di piazza a emendare la Costituzione che per anni gli ha dato pieni poteri, permettendogli di gestire partiti, Parlamento e elezioni a suo piacimento. Tuttora ha sì rinunciato al carattere sacro della sua persona e ha dato maggior spazio al primo ministro, ma resta il Capo dello Stato, dell’esercito, del consiglio religioso degli Ulema, può sempre presiedere al Parlamento e al Consiglio Giudiziario. Il re non ha mai fatto cenno al problema della corruzione, che permette di concentrare le finanze e il potere nelle mani di pochi (la sua famiglia e l’elite di Palazzo), impedendo una reale crescita economica del Paese e privando il popolo marocchino del diritto all’educazione, alla sanità pubbliche, alla distribuzione del lavoro in modo egualitario. Ha diminuito la censura, ma non ha riformato il codice di stampa, secondo il quale chi si pronuncia contro lo Stato e i pubblici ufficiali rischia la detenzione.
In occasione dell’ingresso della Primavera Araba in Marocco il 20 Febbraio scorso, il re non ha esitato a rispondere alle esigenze del popolo, promettendo una revisione della Costituzione, e non ha mai ostacolato le rivolte; ma non ha neanche impedito che le forze di sicurezza utilizzassero modi brutali sulla folla di manifestanti. Ha pensato di dare uno statuto ufficiale al Berbero, ma non ha accennato alla piaga del Sahara occidentale, da anni animato da spinte autonomiste. Soprattutto ha nominato lui la commissione di revisione della Costituzione, senza coinvolgere il popolo, così come non è stata pubblicamente condivisa l’entrata del Marocco a fine Maggio nel Consiglio per la Cooperazione del Golfo; passo che potrebbe vincolare ulteriori tentativi di riforma alle volontà restrittive dell’Arabia Saudita. Sorge, dunque, il dubbio che la forte volontà del re di presentare la “nuova” Costituzione e di chiamare tutti i partiti e anche i cittadini residenti all’estero a prendere parte attiva, questa volta, alla svolta democratica del Paese attraverso il referendum, sia un tentativo celato di restare al potere, mostrando una certa apertura, quanto basta a dare anche una bella lezione agli oppositori. In primis ai giovani del 20 Febbraio, le cui spinte al boicottaggio del referendum sono state considerate dalla stampa come una risposta inattuale e non produttiva contro il dialogo democratico portato avanti da Mohammed VI. Poi ai partiti politici di sinistra, che il governo demonizza facendoli apparire come degli “estremisti” che rifiutano ostinatamente la mano tesa dal re. Oltre a legare a sé la componente politica, il re ha contribuito a sminuire l’importanza della terza fascia di opposizione, gli islamisti del partito fuori legge “Giustizia e Carità”. Ha tollerato, infatti, la loro partecipazione alle proteste, lasciando agli occhi degli altri valutare il pericolo di questi gruppi, che molti hanno quantomeno pensato essere implicati nel tentativo di destabilizzazione dell’attentato terroristico di Marrakech del 28 Aprile scorso.
Che si tratti di democrazia o di demagogia, il successo di questo referendum ha riaffermato il consenso nazionale e internazionale al re e ha indebolito la forza dell’opposizione, lasciata al caos interno. Il movimento del 20 Febbraio, da cui è partita la mobilitazione in Marocco, non ha mai avuto un potere d’azione decisivo e dopo il referendum è molto meno compatto, a causa della presenza di spinte non univoche. Infatti, molti giovani, spaventati dall’ ingresso massiccio di islamisti tra le fila dei protestanti e dai suoi eventuali esiti, hanno partecipato al referendum, pur avendo sempre caldeggiato l’astensione. Alcuni esponenti politici, anche loro all’inizio tra l’opposizione, sono stati addolciti, non si sa se in modo disinteressato o no, dalla prospettiva del cambiamento della Costituzione. Insomma, ora l’opposizione è un coro di voci spezzate e non in sintonia.
Questo non toglie che tornerà a farsi sentire nel breve o nel medio termine. La partita dunque è ancora aperta.






