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Cina, dal 1° maggio vietato fumare nei locali pubblici ma nessuna sanzione per i trasgressori

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palazzo proibito

Tempi duri per un quarto della popolazione cinese. Dopo il primo vano tentativo effettuato un anno fa a Shanghai, entra in vigore dal 1° maggio una nuova norma sul divieto di fumo nei luoghi pubblici al chiuso.

La norma, emessa dal Ministero della Salute, vieta di fumare negli hotels, ristoranti, teatri e sale d’attesa di stazioni e aeroporti;  la maggior parte dei luoghi di lavoro invece non rientrano in questo elenco. I datori di lavoro avranno soltanto l’obbligo di informare lo staff  circa i pericoli del fumo ma non di proibire di accendersi una sigaretta alla scrivania.

In molti sono scettici di fronte  a queste nuove regole che non prevedono sanzioni per i trasgressori. Le nuove norme infatti non specificano nessuna multa per i fumatori che infrangono il divieto e per i padroni dei locali  che permettono ai clienti  di infrangerlo.

Il governo cinese avrebbe dovuto introdurre questa misura a gennaio, in base ad un impegno preso diversi anni fa quando ha firmato la convenzione sul controllo del tabacco dell’Organizzazione Mondiale della Sanità(Oms). Fu proprio l’Oms a lanciare l’allarme che stima 1 milione di morti in Cina ogni anno per patologie legate al fumo e prevede che entro il 2030 i morti triplicheranno. Il fumo sarà la causa di morte principale e il numero di decessi supererà quello dei morti per Aids, Tubercolosi, incidenti stradali e suicidi.

In un paese in cui la metà degli uomini fuma e dove è comune tra le persone accendersi una sigaretta nelle sale d’attesa degli ospedali, si ha la sensazione che queste misure difficilmente saranno digerite dai 300 milioni di connazionali con il vizio del fumo ed avranno scarsi risultati.

Non bisogna inoltre dimenticare che il 7% di tutte le entrate fiscali di Pechino deriva dalle imposte sui prodotti da fumo. In Cina, primo paese produttore mondiale di tabacco, l’attività è interamente soggetta al monopolio statale.

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