Giovedì scorso, 22 luglio, la Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario dell’Onu, ha emanato una decisione non vincolante che ha dichiarato legale, senza però legittimarla, la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dalla Serbia. La Corte dell’Aja, a maggioranza di 10 voti contro 4 contrari ed uno astenuto, ha infatti concluso che «l’adozione della dichiarazione di indipendenza del 17 febbraio 2008 non ha violato né il diritto internazionale generale, né la risoluzione 1244 del 1999 (istitutiva di un regime di amministrazione temporaneo) del Consiglio di Sicurezza Onu, né il quadro costituzionale stabilito con la missione Onu in Kosovo (UNMIK) e che quindi la detta dichiarazione non ha violato alcuna regola applicabile di diritto internazionale». Uno duro colpo per la Serbia, se si tiene conto che, inoltre, è stato proprio il governo di Belgrado a richiedere un parere consultivo della Cig sulla conformità al diritto internazionale della dichiarazione di indipendenza kosovara, ma anche un duro colpo alla credibilità della Corte stessa, sommersa in queste ore da pesanti critiche. Infatti la Corte, con tale parere, ha sembrato quasi avallare un diritto alla secessione che non è assolutamente presente nel diritto internazionale generale, ma che ha risvegliato gli entusiasmi di gruppi separatisti di tutto il mondo. Uno dei critici del verdetto della Cig è Antonio Cassese, noto giurista di diritto internazionale e primo Presidente del tribunale per i crimini della ex-Jugoslavia, in un’interessante intervista rilasciata al sito internet Osservatorio Balcani e Caucaso (www.balcanicaucaso.org), ha difatti dichiarato: «La Corte ha trascurato di toccare il punto principale, esiste un diritto alla secessione?[…] Il fatto che la Corte non ha risposto, lasciando quindi la domanda inevasa, molti gruppi etnici, molte minoranze potranno ritenere che sono autorizzate a staccarsi dal territorio mentre a mio avviso non esiste questo diritto di secessione. Il diritto internazionale non legittima questi gruppi a separarsi.»
Inoltre Cassese, sempre durante l’intervista, ha affermato che il Kosovo non aveva diritto alla secessione in quanto gli Stati si richiamano al principio dell’integrità territoriale degli stati sovrani, né aveva un diritto all’autodeterminazione perché, malgrado alcune discriminazioni, in base alla costituzione serba il Kosovo era rappresentato nel governo. Cassese, però, riconosce che fenomeni storico-politici possono portare alla formazione di una nuova entità, come nel caso di una secessione, di cui il diritto internazionale può prendere realisticamente atto.
Anche su International Affairs (http://en.interaffairs.ru/read.php?item=45) il Professore Alexander Mezyaev del Dipartimento di Diritto Internazionale si è scagliato in modo feroce contro il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia parlando addirittura di diritto internazionale “amputato”. Secondo la sua opinione, infatti, «La Corte ha dichiarato come inapplicabili tutta una serie di regole del diritto internazionale, incluse quelle contenute nella Carta delle Nazioni Unite (“Tutti i membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi stato”) o nella Dichiarazione dei principi di diritto internazionale perché applicabili solamente agli stati. Secondo la logica (della Corte), quindi, solo gli stati non dovrebbero insidiare i confini o l’integrità territoriale degli altri stati, ma l’amministrazione del Kosovo è libera di farlo in quanto non ci sono regole nel Diritto Internazionale che proibiscono dichiarazioni unilaterali di indipendenza. Il trucco è semplice, ma dimostra il complessivo declino della qualità dei pareri della Corte Internazionale.» Da notare che la Corte non ha legittimato l’indipendenza del Kosovo, ma ne ha solamente riconosciuto la legalità dal punto di vista internazionale e per quanto riguarda il riconoscimento internazionale del Kosovo cambia poco o niente.
Per il diritto internazionale, infatti, il riconoscimento è un atto meramente lecito così come il non riconoscimento: entrambi, infatti, non producono conseguenze giuridiche, ma più che altro appartengono alla sfera politica ed indicano la volontà o meno di uno stato di stringere rapporti amichevoli e di collaborazione con un altro stato. Malgrado, quindi, in sostanza il parere consultivo non sembri apportare grandi modifiche in termini di diritto internazionale, in termini di risvolti politici il verdetto assume grande importanza per i vari movimenti secessionisti di mezzo mondo. Anche l’Unione Europea non ha assunto una posizione chiara rispetto alla questione dell’indipendenza kosovara ma, attraverso le opinioni espresse in questi giorni dall’Alto Rappresentante per la politica estera Mrs Ashton, ha condotto il discorso sulla futura adesione all’unione sia della Serbia che del Kosovo.
In effetti, solo 22 paesi dei 27 dell’Unione Europea hanno riconosciuto il Kosovo quale stato sovrano, altri si sono astenuti dal farlo (come ad esempio la Spagna, sempre impegnata a frenare le spinte centrifughe dei movimenti baschi e catalani). Bisogna, poi, tener conto che anche in Belgio, cuore pulsante dell’Europa, alle ultime elezioni politiche vi è stata una pesante affermazione del partito fiammingo e che in tutta Europa sono presenti movimenti indipendentisti, le cui logiche spesso sono dettate più da motivazioni di ordine economico che identitarie.
Inoltre, la decisione rischia di destabilizzare ancora di più l’area balcanica, dove il leader serbo-bosniaco Miroslav Dodik, primo ministro della Repubblica Srpska, entità serba presente in Bosnia-Erzegovina, ha dichiarato che la decisione della Corte Internazionale di Giustizia può servire come punto di riferimento per continuare la loro lotta per unirsi, in un prossimo futuro, alla Serbia.
Ancora più interessante e ricca si presenta la situazione nel Caucaso e nell’area ex-sovietica, dove sono molteplici i conflitti congelati dall’Abkazia all’Ossezia del Sud, dalla enclave armena del Nagorno Karabakh alla Cecenia e al Daghestan, dal problema della Transnistria in Moldova. Da notare che, nonostante nel corso degli anni la Russia abbia spesso soffocato al suo interno le richieste di indipendenza provenienti soprattutto dalla Cecenia, il parere consultivo della Cig potrebbe essere per Mosca un utile sostegno per rilanciare la politica di potenza russa all’interno dei Balcani e del Caucaso.
Infatti, già nel 2008 Putin, all’indomani della dichiarazione di indipendenza kosovara, si era schierato affinché lo stesso trattamento di riconoscimento come stati sovrani fosse riservato all’Abkazia ed all’Ossezia (finora riconosciuti solo da quattro stati) in modo che anche la Georgia, rea di essere su posizioni filo-occidentali, pagasse in termini territoriali le sue scelte politiche anti-russe.
Ovvia è, inoltre, la posizione della Cina che si è schierata contro il verdetto della Corte dell’Aja che potrebbe alimentare le speranze di tibetani ed uiguri che da anni chiedono a gran voce, se non l’indipendenza, almeno una forte autonomia da Pechino. Il parere della Cig verrà discusso prossimamente dall’Assemblea Generale dell’ONU in un dibattito giuridico politico che probabilmente renderà un po’ più chiaro le posizioni degli stati in merito ad esso ed il peso che avrà rispetto ad altri futuri scenari.






