Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la pace non potrà partecipare alle prossime elezioni che si terranno in Myanmar. E’ ciò che si evince dalla nuova legge elettorale varata dalla giunta militare al potere: potranno partecipare alla competizione elettorale solo quei partiti che avranno preventivamente estromesso dalle loro liste i candidati attualmente detenuti e che si saranno impegnati per iscritto al rispetto della costituzione redatta nel 2008 dalla giunta.
Quale sia il bersaglio è chiaro. Se da un lato si concede al partito d’opposizione, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld), di riaprire le proprie sedi regionali chiuse dal maggio 2003, dall’altro, gli si danno, così come agli altri partiti, 60 giorni di tempo per presentarsi per la registrazione all’ufficio elettorale la cui condicio sine qua non è, tuttavia, l’esclusione di coloro che stanno scontando una pena detentiva.
La leader della Nld è agli arresti domiciliari dopo la condanna dello scorso anno a 18 mesi di reclusione. L’accusa fu quella di aver ospitato senza alcuna autorizzazione uno “squilibrato” cittadino americano, il quale, per motivi ancora oscuri, raggiunse il bungalow della donna dopo aver attraversato a nuoto un corso d’acqua.
Ma la nuova legge non colpisce solamente la Suu Kyi, bensì anche molti altri maggiori esponenti del principale partito d’opposizione; i prigionieri politici in Myanmar sarebbero oltre due mila, secondo le organizzazioni per i diritti umani.
Aung San Suu Kyi si è appellata al popolo birmano affinché reagisca contro una “legge ingiusta”, poiché è necessario che anche il popolo e le altre forze politiche rispondano insieme alle nuove norme varate dalla giunta militare. “Troviamo che alcuni dei provvedimenti contenuti in questa legge siano molto disonesti e completamente inaccettabili” ha detto il portavoce della Nld, Nyan Win. E ha aggiunto: “siamo convinti che questo regolamento non contribuirà a dare inizio ad un processo di riconciliazione del Paese; le leggi includono alcuni elementi i quali mostrano che sono rivolti chiaramente verso una sola persona e questo è vergognoso”. E intanto il governo americano ha già dichiarato che non riconoscerà l’esito della tornata elettorale.
Molto dure sono state anche le critiche dell’arcivescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu, il quale, in un’intervista al quotidiano dissidente birmano The Irrawaddy, ha già bollato le nuove elezioni come una “farsa”. L’arcivescovo ha affermato: “E’ più probabile trovare neve all’inferno che, nelle condizioni attuali, libere elezioni in Myanmar”, poiché non si può parlare di libere elezioni quando il principale rappresentante dell’opposizione è escluso dalla competizione elettorale e quando la stessa Commissione elettorale è nominata dalla giunta.
L’ultima volta che il popolo birmano si è recato alle urne era il 1990. Chi ne uscì trionfatrice fu proprio Aung San Suu Kyi, l’emblema del dissenso nei confronti dell’attuale regime. Le elezioni furono invalidate e per la Suu Kyi fu l’inizio del calvario giudiziario.
La data per le nuove consultazioni elettorali deve essere ancora stabilita, ma non è difficile presagirne l’esito.









