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La “sconvolgente” verità

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Il sito internet Wikileaks ha pubblicato documenti governativi finora segreti da cui risulta, tra l’altro, che le stime delle vittime degli attacchi terroristici in Afghanistan sono sottovalutate, il Pakistan opera da anni un ambiguo doppio gioco rimanendo “fedele alleato” degli USA ed allo stesso tempo sovvenzionando le “strategie del terrore” talebane, etc. etc. La notizia della pubblicazione dei “compromettenti” segreti di Stato, è stata poi abilmente amplificata dal New York Times, Guardian e lo Spiegel con l’operazione giornalistica che va sotto il nome di “Afghanistan, the war logs”. 

 Più di 90 mila documenti militari sono stati ricevuti da una fonte anonima, verificati dal capo di Wikileaks, Julian Assange, lo “spifferaio magico”, messi in bella copia, dotati di “dignità multimediale” e pubblicati, con l’intendimento di offrire un buon servizio alla verità della guerra in Afghanistan. Il risultato è un maneggevole database pubblicato in triplice copia in cui si raccontano quei singoli ingredienti che nella realtà si danno mischiati: il numero delle vittime civili diviso per le singole operazioni; le coordinate geografiche degli scontri; le perdite da fuoco amico; la slealtà del Pakistan e dell’ISI, il “torbido” servizio segreto di Islamabad. Sono verità che fanno sbadigliare gli osservatori del conflitto in Afghanistan, ma il lancio del prodotto giornalistico è curato nei dettagli. L’essenza del progetto Wikileaks e del suo fondatore Assange, è quella di fare del giornalismo scomodo basandosi su rivelazioni di insider che per i motivi più diversi offrono collaborazione anonima.
Quando arriva una segnalazione, Assange prende contatti con la fonte e verifica l’attendibilità delle informazioni. Se l’attivista australiano è persuaso dell’utilità dei dati inizia a lavorarli assieme al suo team itinerante, trasferisce il materiale in acque cibernetiche sicure (i server in Islanda e Belgio offrono un ottimo livello di protezione) e assicura alla fonte la protezione necessaria. In questo caso ha accettato di omettere qualche decina di migliaia di documenti che avrebbero messo in pericolo uomini e missioni attualmente in corso. Quando il servizio è completato, Wikileaks lo “serve” sul suo sito “scontrandosi coraggiosamente” contro il giornalismo tradizionale asservito al potere governativo di turno. Ma queste “scabrose” rivelazioni portate alla luce dai “paladini della verità” in realtà sono state ben filtrate e portate al vaglio di commissioni di censura anche per non compromettere le operazioni segrete ancora in corso. Le redazioni hanno ricevuto il materiale un mese fa e il tempismo non poteva essere migliore, soprattutto per il New York Times, che senza muovere un dito poteva spazzare via “Top Secret America” la grande inchiesta del Washington Post – fatta di cose note e stranote – sul mondo sommerso dell’intelligence americana.
Naturalmente il grande quotidiano di New York non poteva non confrontarsi con la Casa Bianca prima di pubblicare il servizio confezionato da Wikileaks. La settimana scorsa il capo della redazione di Washington, Dean Baquet, il cronista d’intelligence Mark Mazzetti e un terzo uomo del Times, sono andati alla Casa Bianca per mostrare tutte le carte passate da Julian Assange. Insomma le “rivelazioni” pubblicate da Wikileaks sono aria fritta (e rifritta) e rientrano nella più grande strategia “di uscita” inaugurata da Obama (che finora nulla ha, però, cambiato) dall’area mediorientale ormai evidentemente nuovo “Vietnam” degli USA. Le notizie rivelate si presentano come “scoperte dell’acqua calda” pubblicate da un sito pseudoeversivo in realtà molto probabilmente ingaggiato dalla Casa Bianca o facente il suo gioco.

 

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