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Il “Big One” è più vicino

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Sono stati riformulati i dati sismologici circa la frequenza dei terremoti in California dove la paura del Big One, ossia il famigerato “supersisma” che a detta degli esperti sarà talmente potente e devastante da separare il territorio californiano dal resto degli States, è sempre stata viva. Gli ultimi studi sulla frequenza dei terremoti in quell’area risalivano agli anni ’70, quando gli esperti stabilirono in un periodo di 250-400 anni il ripetersi di tali devastanti terremoti originati dalla famosa faglia di Sant’Andrea, fulcro della placca nordamericana. 

  

L'ultima volta in cui la faglia tremò con quell'intensità (pari a 7,9 gradi della scala Richter), Los Angeles era un villaggio di 4mila anime che appena dieci anni prima era stato annesso agli Stati Uniti dopo un secolo di “torpore” messicano: non c'era neppure la ferrovia. Ma oggi questa è la seconda città d'America e il nuovo Big One colpirebbe almeno 4 milioni di persone. O forse sarebbe meglio dire "colpirà". Quando? Da questo momento in poi ogni momento è buono: anzi pessimo. Gli scienziati hanno rifatto i conti e scoperto che addirittura siamo già in ritardo.
Un terremoto catastrofico si ripete nella faglia di Sant'Andrea in un lasso di tempo che va dai 45 ai 144 anni. E se la media fa 95 il dato che colpisce è quello là: l'ultima volta. Che fu appunto nel 1857: 153 anni fa. "Se volete che qualcuno vi dica quando ci sarà il prossimo terremoto basta dare un'occhiata a queste cifre": Lisa Grant Ludwig parla con la freddezza della sismologa ma il suo studio sta già facendo tremare la California. Ovviamente i sistemi di controllo lì sono all’avanguardia e l’ultima prova di evacuazione s’è tenuta con successo nel novembre del 2008. Il problema è che però gli studi sono fatti sull’analisi del terreno e gli ultimi studi, per l’appunto, risalivano agli anni ’70. Gli studi che la Grant Ludwig ha condotto con l'università di California nel Corrizo Plain (a circa 160 km. in direzione Nord-Ovest da Los Angeles) hanno portato invece a una drastica revisione dei tempi. Le analisi condotte in profondità per risalire alle tracce degli sconquassamenti della terra sono riuscite a ricostruire una nuova cronologia. E la sequenza “maledetta” in questo particolare punto della faglia sarebbe appunto questa: 1417, 1462, 1565, 1614, 1713. L’unica soluzione per prevenire disastri umanitari è quindi quella di perseverare nella prevenzione e nello sviluppo di tecniche che permettano una previsione quanto più precisa possibile dei sismi (basti ricordare il sismologo italiano Giampaolo Giuliani che previde lo sviluppo del sisma abruzzese analizzando le fuoruscite di gas dal terreno ma che fu duramente criticato e bersagliato dal lato politico e scientifico). Il Big One è da sempre l'incubo della California ma finora la paura era stata esorcizzata dal sospetto che la faglia fosse entrata in una fase di "riposo".
Il terremoto di Haiti all'inizio dell'anno aveva riamplificato i timori: la faglia di Enriquillo, quella che si è aperta sotto Port Au Prince, è proprio quella che mette in comunicazione la placca caraibica con la faglia di Sant'Andrea. La notizia ha allarmato addirittura l’USGS (l’ente per il monitoraggio delle attività sismiche e geologiche) che ha inviato un suo team di esperti per verificare l’attendibilità di queste nuove previsioni.

 

La “sconvolgente” verità

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Il sito internet Wikileaks ha pubblicato documenti governativi finora segreti da cui risulta, tra l’altro, che le stime delle vittime degli attacchi terroristici in Afghanistan sono sottovalutate, il Pakistan opera da anni un ambiguo doppio gioco rimanendo “fedele alleato” degli USA ed allo stesso tempo sovvenzionando le “strategie del terrore” talebane, etc. etc. La notizia della pubblicazione dei “compromettenti” segreti di Stato, è stata poi abilmente amplificata dal New York Times, Guardian e lo Spiegel con l’operazione giornalistica che va sotto il nome di “Afghanistan, the war logs”. 

 Più di 90 mila documenti militari sono stati ricevuti da una fonte anonima, verificati dal capo di Wikileaks, Julian Assange, lo “spifferaio magico”, messi in bella copia, dotati di “dignità multimediale” e pubblicati, con l’intendimento di offrire un buon servizio alla verità della guerra in Afghanistan. Il risultato è un maneggevole database pubblicato in triplice copia in cui si raccontano quei singoli ingredienti che nella realtà si danno mischiati: il numero delle vittime civili diviso per le singole operazioni; le coordinate geografiche degli scontri; le perdite da fuoco amico; la slealtà del Pakistan e dell’ISI, il “torbido” servizio segreto di Islamabad. Sono verità che fanno sbadigliare gli osservatori del conflitto in Afghanistan, ma il lancio del prodotto giornalistico è curato nei dettagli. L’essenza del progetto Wikileaks e del suo fondatore Assange, è quella di fare del giornalismo scomodo basandosi su rivelazioni di insider che per i motivi più diversi offrono collaborazione anonima.
Quando arriva una segnalazione, Assange prende contatti con la fonte e verifica l’attendibilità delle informazioni. Se l’attivista australiano è persuaso dell’utilità dei dati inizia a lavorarli assieme al suo team itinerante, trasferisce il materiale in acque cibernetiche sicure (i server in Islanda e Belgio offrono un ottimo livello di protezione) e assicura alla fonte la protezione necessaria. In questo caso ha accettato di omettere qualche decina di migliaia di documenti che avrebbero messo in pericolo uomini e missioni attualmente in corso. Quando il servizio è completato, Wikileaks lo “serve” sul suo sito “scontrandosi coraggiosamente” contro il giornalismo tradizionale asservito al potere governativo di turno. Ma queste “scabrose” rivelazioni portate alla luce dai “paladini della verità” in realtà sono state ben filtrate e portate al vaglio di commissioni di censura anche per non compromettere le operazioni segrete ancora in corso. Le redazioni hanno ricevuto il materiale un mese fa e il tempismo non poteva essere migliore, soprattutto per il New York Times, che senza muovere un dito poteva spazzare via “Top Secret America” la grande inchiesta del Washington Post – fatta di cose note e stranote – sul mondo sommerso dell’intelligence americana.
Naturalmente il grande quotidiano di New York non poteva non confrontarsi con la Casa Bianca prima di pubblicare il servizio confezionato da Wikileaks. La settimana scorsa il capo della redazione di Washington, Dean Baquet, il cronista d’intelligence Mark Mazzetti e un terzo uomo del Times, sono andati alla Casa Bianca per mostrare tutte le carte passate da Julian Assange. Insomma le “rivelazioni” pubblicate da Wikileaks sono aria fritta (e rifritta) e rientrano nella più grande strategia “di uscita” inaugurata da Obama (che finora nulla ha, però, cambiato) dall’area mediorientale ormai evidentemente nuovo “Vietnam” degli USA. Le notizie rivelate si presentano come “scoperte dell’acqua calda” pubblicate da un sito pseudoeversivo in realtà molto probabilmente ingaggiato dalla Casa Bianca o facente il suo gioco.

 

L’ Avana: Fidel Castro riappare pubblicamente dopo 4 anni di convalescenza

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Dopo quattro anni dalla sua ultima apparizione pubblica, ecco comparire nuovamente in scena Fidel Castro, 83 anni, con la sua ormai consueta tuta da ginnastica bianca e un gruppo di persone che gli girano intorno. Questa la scena ripresa in quattro fotografie scattate mercoledì scorso da un cellulare e pubblicate prima su due blog cubani e successivamente sul sito web ufficiale ‘Cubadare’, in quella definita come la prima apparizione pubblica del “lider maximo cubano” dal luglio 2006.

Al via l’operazione “Top kill 2”

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Nella ormai “atavica” lotta per fermare l’emorragia di greggio che da fine aprile sta avvelenando le coste del Golfo del Messico, la BP ha lanciato una nuova operazione che, anche se non tapperà definitivamente la falla, permetterà il recupero di 80mila barili al giorno (circa 13 milioni di litri) a fronte degli attuali 25mila.

E ora, imbavagliateci tutti

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Per quanto sia sacrosanto lo sciopero dichiarato dalla FNSI, le modalità non convincono, è inutile che tacciano per un giorno i quotidiani, i notiziari televisivi o radiofonici.

 

Sono ormai innumerevoli invece le notizie non date o non approfondite in questi mesi, i troppi colpevoli black out che, anche senza ddl intercettazioni, spesso hanno colpito in buona o cattiva fede buona parte dell’informazione italiana (l’Aquila, la crisi economica, i morti in carcere, i morti sul lavoro, i tagli al welfare, alla sicurezza, alla scuola, il problema del nucleare, la privatizzazione dell’acqua).

 

Il ddl intercettazioni va quindi attaccato in maniera unitaria e frontale da tutti coloro che dignitosamente e con senso pratico fanno vera informazione, svelando con i loro articoli non gossip di serie B ma le spartizioni delle cricche, la corruzione, il nepotismo, i fenomeni criminali con una nuova linfa che scrosti l’assuefazione dell’opinione pubblica al malcostume ed alla degenerazione della democrazia.

 

L’art 21 della Costituzione italiana recita così: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”


Proprio per questo è legittimo difendere la democrazia e la stampa con la sola forza che abbiamo: la parola.

 

 

Alfonso Moscariello

Redazione Esteri

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