L'Iran torna sotto i riflettori per i casi di violazione dei diritti umani e ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica è di nuovo il volto di una donna -come già accadde per Neda, uccisa durante una manifestazione antigovernativa nel luglio 2009- il volto di Sakineh Mohammadi-Ashtiani avvolto in un chador nero.
Sakineh è stata arrestata a Tabriz, città a nord-ovest dell'Iran, il 15 maggio del 2006 con l'accusa di aver intrattenuto rapporti illeciti con due uomini poco dopo l'assassinio del marito. Fu condannata a 99 frustrate. Ma nel settembre dello stesso anno il caso viene riaperto e Sakineh accusata di aver commesso adulterio mentre era ancora sposata: il cugino del marito, con il quale avrebbe avuto una relazione, è infatti sospettato dell'omicidio. Il giudice viola uno dei principi fondamentali dei diritti umani [International Covenant on Civil and Political Rights, 1966, Articolo 14(7)] che impedisce di condannare una persona due volte per lo stesso reato (ne bis in idem) e condanna Sakineh a morte per lapidazione.
La sentenza viene confermata dalla Corte Suprema nel 2007. Solo un intervento della Guida Suprema, Ali Khamenei, potrebbe cancellare la condanna, ma la grazia non arriva.
Ai giornalisti iraniani non è permesso parlare del caso così l'avvocato di Sakineh, Mohammad Mostafei, gioca la carta dei diritti umani e cerca di attirare l'attenzione internazionale. La strategia sembra funzionare e l'ambasciata Iraniana a Londra pubblica una nota secondo la quale la pena della Ashtiani è stata commutata in impiccagione, ma nel luglio di questo anno l'avvocato viene costretto a fuggire dall'Iran e cercare asilo politico prima in Turchia e poi in Norvegia, mentre sua moglie ed alcuni familiari vengono detenuti illegalmente con lo scopo di prevenire un suo eventuale rientro in patria.
Il 12 agosto la televisione di stato iraniana trasmette la confessione di Sakineh Ashtiani dal carcere di Tabriz. Sakineh, ora 43enne e madre di due figli di 22 e 17 anni, parla nella sua lingua madre, l'azero, e la sua voce è coperta dalla traduzione simultanea in persiano mentre il chador che indossa lascia intravedere solo il naso e gli occhi, tanto che qualcuno ha sollevato dubbi sull'identità della donna. Nella confessione, che ricorda le tante confessioni pubbliche estorte grazie all'uso di torture nelle carceri iraniane, l'accusata ammette che l'uomo con cui aveva avuto una relazione le aveva proposto di uccidere suo marito, che lei stessa era presente e infine che avrebbe somministrato al marito un sonnifero prima dell'assassinio. L'omicida non verrà condannato perché Sajad, figlio maggiore di Sakineh, lo ha perdonato, la donna invece rischia che la sua pena venga di nuovo commutata in lapidazione.
Nell'intervista Sakineh rimprovera inoltre i media occidentali «per aver interferito nella sua vita privata» e prende le distanze dal suo primo avvocato, Mostafei, attivista per i diritti umani, che la donna aveva ringraziato poche settimane prima in una dichiarazione rilasciata al The Guardian per bocca di un amico.
Intanto continua la mobilitazione internazionale. Associazioni come Amnesty International e Human Rights Watch seguono la vicenda mentre il sito Freesakineh.org ha lanciato una petizione sottoscritta da più di 200mila persone, tra cui Salman Rushdie e Edgar Morin, Gwyneth Paltrow e Yoko Ono e il premio Nobel iraniano Shirin Ebadi. In Francia all'appello lanciato dal filosofo Bernard Henry-Levy hanno aderito numerose personalità appartenenti al mondo dello spettacolo (Catherine Deneuve, Jane Birkin, Charlotte Gainsbourg, Jeanne Moreau e Gerard Depardieu) e della politica (Martine Aubry, Valery Giscard d'Estaing, Bertrand Delanoe e Jacques Chirac).
La première dame Carla Bruni ha garantito l'impegno del marito Nicolas Sarkozy a sostegno Bernard Kouchner, capo della diplomazia francese, già impegnato a fare pressioni sul governo di Tehran per salvare la vita di Sakineh, rivolgendosi direttamente alla donna: «Dal fondo della vostra cella, sappiate che mio marito difenderà la vostra causa senza sosta e che la Francia non vi abbandonerà. Come si può tacere davanti alla notizia della sentenza che è stata pronunciata contro di voi?» scrive la Bruni «Spargere il vostro sangue, privare due bambini di una madre, ma perché? Perché avete vissuto, perché avete amato, perché siete una donna, un'iraniana? Con tutta me stessa mi rifiuto di accettarlo».
Ma la Francia non è l'unica a sostenere la causa di Sakineh Ashtiani: nelle passate settimane il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che ha fondato la stretta alleanza con il governo iraniano sul principio di non intromissione nei reciproci affari interni, ha dichiarato: «Se la mia amicizia e l'affetto per il presidente iraniano ha importanza e se questa donna sta creando dei problemi in Iran, noi l’accoglieremo qui in Brasile» aggiungendo che «nulla giustifica che si sottragga la vita di qualcuno, solo Dio può farlo».
Anche l'Italia partecipa alla campagna internazionale a favore di Sakineh. L'associazione Rocco Barnabei, con sede a Siena, ha chiesto all'ambasciatore iraniano a Roma, Bahram Ghasemi, la revoca della condanna a morte e il riesame del caso di Sakineh con la speranza che «la sua innocenza venga definitivamente riconosciuta».
Sul sito Repubblica.it è infine possibile firmare l'appello lanciato da quindici intellettuali francesi, tra cui Max Gallo e Daniel Salvatore Schiffer, che ha raccolto oltre 35mila firme in soli tre giorni.









