Lo scontro armato fra Libano e Israele, avvenuto lo scorso tre Agosto sulla frontiera fra i due Stati, riapre l’annosa questione dei confini indefiniti che caratterizza tutti i Paesi medio- orientali. Non è un caso che lo scontro- innescato dal taglio per mano israeliana di un albero appartenente al territorio libanese- sia avvenuto proprio sulla Linea Blu, la linea di confine tracciata dall’Onu, subito dopo la guerra del 2006, che vide impegnati in un conflitto di 34 giorni i militari israeliani e le truppe di Hezbollah. La suddetta linea non è altro che un ennesimo contentino di guerra offerto dai Paesi occidentali dopo un conflitto sanguinoso come quello dell’estate di quattro anni fa, per delimitare sulla carta dei territori che tutt’ora sono contesi e rivendicati da Israele, Siria e Libano e che creano non pochi problemi a chi vi abita.
Perciò, “l’incidente” di qualche giorno fa ad Al Addaisseh non ha solo lasciato sul campo quattro morti, ha soprattutto ravvivato vecchie ferite e rotto i già precari equilibri. Innanzitutto, rimette in gioco il ruolo militare di Hezbollah in Libano. Questa volta i militanti del Partito di Dio non sono i responsabili, ma oggi continuano a rappresentare la più grande potenza militare nel sud del Libano, nonostante che la risoluzione Onu 1701 post- guerra 2006 avesse a stabilito il disarmo di Hezbollah e la costituzione di un esercito statale libanese. E le armi della milizia sciita sono pronte ad attaccare Israele, che si dichiara a sua volta pronto a rispondere e a colpire, in un eventuale futuro, non solo le aree strategiche di Hezbollah ma anche le infrastrutture civili, con l’obiettivo ultimo di rovesciare il governo libanese, in cui è inclusa la parte sciita. Israele teme che le truppe del partito sciita possano, col sostegno dell’Iran e la fornitura di armi dalla Siria, attaccare in modo ancora più violento del 2006 il Paese, cosa che ha spinto il generale israeliano Gadi Eizenkot a sottolineare che quello di Addaisseh resterà un episodio isolato.
Ulteriore motivo di discordia tra Hezbollah e Israele, che influirebbe ancora di più sull’instabilità politica libanese, è l’indagine di un tribunale internazionale, sotto l’egida dell’Onu, che entro Dicembre si propone di incriminare i colpevoli degli assassinii- in testa quello del primo ministro sunnita Rafik Hariri nel 2005- che per ben quattro anni, a partire dal 2004, hanno sconvolto la vita pubblica del Libano. I principali indiziati sono proprio esponenti di spicco di Hezbollah, ma il leader del partito, Hassan Nasrallah, ha già screditato il ruolo di questo tribunale e ha detto che avrebbe fornito le prove dell’implicazione israeliana nell’ondata di omicidi. L’accanimento contro i membri del Partito di Dio potrebbe, però, gettare il Paese in una nuova guerra civile, considerato che il blocco sciita oggi costituisce l’opposizione parlamentare, dotata di diritto di veto, alla maggioranza sunnita, guidata dal presidente Michel Suleiman e dal premier Saad Hariri, che tanto hanno faticato per “regolarizzare” la presenza del partito sciita nella sfera politica del Libano.
Insomma, quest’ultima sparatoria, seppur isolata, rischia di destabilizzare in modo brusco l’equilibrio politico libanese che, dopo la crisi del 2008, si poggia su un sistema di alleanze e compromessi tra i rappresentanti di Hezbollah, sostenuti da Siria e Iran, e la maggioranza sunnita, inclusi i Drusi e l’ala cristiana conservatrice, sostenuti invece dall’Arabia e dai Paesi Occidentali. Infatti, da due anni, il governo libanese riconosce a Hezbollah, il diritto di possedere armi e resistere ad Israele, superando la già nota condizione della risoluzione Onu 1701.
D’altronde, è facile notare di fronte a questa situazione d’incertezza come il mandato delle forze dell’Onu, Unifil- presenti nell’area di confine tra Libano e Israele sin dal 2006-, attualmente esercitato dallo spagnolo Alberto Asarta Cuevas, sia sempre meno capace di garantire la sicurezza della regione libanese. Regione in cui le ansie di Israele di eliminare il nemico Hezbollah e la consapevolezza dei militanti sciiti di essere l’unica forza militare trainante del Paese che sogna “in segreto” di sbarazzarsi di Israele si mescolano alle innumerevoli fazioni politiche e religiose, che mirano a un ruolo definito nel governo libanese, e alle scomode e contrastanti ingerenze straniere, in primis gli alleati occidentali e la Siria, a lungo accusata dal fronte cristiano e sunnita dell’assassinio di Hariri e finanziatrice di Hezbollah.
L’unico elemento rassicurante, per ora, agli occhi dei libanesi e degli osservatori esterni sembra essere la stabilità economica e finanziaria, che ha sempre risollevato il Paese dai suoi momenti bui; ma, di certo, questo non basta a normalizzare lo stato del Libano.









