Dopo l’incontro privato durato due ore avuto il 23 Marzo alla Casa Bianca tra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, i rapporti tra le due potenze mondiali restano ancora tesi. A rendere la situazione ancora più fredda è stato l’annuncio, giunto in concomitanza all’arrivo del premier alla Casa Bianca, che il municipio di Gerusalemme aveva dato l’ autorizzazione definitiva alla costruzione di 20 nuove case ebraiche nel quartiere arabo di Sheikh Jarrah al posto dello Shepherd Hotel.
L'operazione è finanziata dal tycoon ebreo americano Irving Moskowitz, che nel 1985 aveva acquistato per un milione di dollari l’hotel e che ora verrà abbattuto. Il Washington Post, che ha tra l’altro evidenziato l’assenza di fotografie della rituale stretta di mano tra i due leader, afferma che, secondo un funzionario americano, Obama e Netanyahu avrebbero avuto un primo incontro fra le 17.30 e le 19.00 nell'Ufficio ovale. Netanyahu ha poi avuto una riunione con i suoi collaboratori nella sala Roosevelt e ha successivamente chiesto un nuovo incontro con Obama. Il secondo colloquio si è svolto fra le 20.20 e le 20.50. Ma il funzionario americano non ha spiegato le ragioni del secondo incontro. Dalla Casa Bianca non è giunto nessun commento sui colloqui, al termine dei quali non sono state rilasciate dichiarazioni.
Andando a Washington, Netanyahu sperava sicuramente di porre fine alla crisi diplomatica scatenata due settimane fa dall'annuncio del progetto edilizio del governo israeliano di costruire almeno 1.600 nuovi alloggi nel quartiere est di Gerusalemme, che aveva coinciso con la visita del vice presidente Joe Biden in Israele e all'Autorità palestinese.
L'ufficio del premier Netanyahu, al termine dell'incontro con Obama, ha parlato di “un buon clima”, ma il fatto che non sia stato emesso nessun comunicato dalla Casa Bianca e che Obama abbia voluto dare all'incontro un carattere privato, tenendo lontani i media ed evitando la tradizionale conferenza stampa congiunta, è stato visto sia in America che in Israele come un segno di pessimo auspicio e un chiaro gesto di freddezza.
Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs ha però dichiarato che l’incontro tra Obama e Netanyahu è stato un confronto “onesto e diretto”. Gibbs ha riferito inoltre che Obama ha avanzato a Netanyahu la richiesta di adoperarsi affinché possa essere ristabilita la fiducia nel processo di pace in Medio Oriente. Ma Netanyahu, poche ore prima di incontrare il Presidente americano, intervenendo alla riunione annuale dell'AIPAC (il Comitato per gli Affari Pubblici Israelo-Americani), aveva affermato di essere pronto a ritardare anche di un anno i trattati di pace se i palestinesi avessero mantenuto le richieste – definite dal premier israeliano “irragionevoli ed illogiche” – di non procedere con gli insediamenti a Gerusalemme est. Netanyahu aveva poi aggiunto, riguardo a Gerusalemme: “Non è una colonia, è la nostra capitale. Il popolo ebraico ha costruito Gerusalemme tremila anni fa e continua a costruirla ora”.
Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, qualche giorno fa aveva cercato di risollevare il clima di nervosismo, ribadendo il “saldo ed incrollabile” onere degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele, ma ha anche esplicitamente incitato lo Stato ebraico a compiere “scelte difficili ma necessarie” per ottenere la pace. “Il cammino da seguire è chiaro: due Stati e due popoli che vivono fianco a fianco”, ha dichiarato la Clinton, e se questo è l'obiettivo, procedere con l’insediamento israeliano a Gerusalemme est “danneggia la fiducia reciproca, mette a rischio i colloqui indiretti”, e rende molto più difficile il “ruolo unico ed essenziale” degli Stati Uniti nel processo di pace.









