“Giornalista precario”, è così che vuole essere chiamato Giuseppe Manzo per sfatare il mito che vede il giornalismo professionistico come un miraggio irraggiungibile, come uno status che, una volta ottenuto, permetta di accedere al benessere economico e ai vantaggi di una “casta protettrice”.
La sua prima opera: Scripta (pubblicata dalla casa editrice CentoAutori), è più un diario che un libro (per sua stessa ammissione e come si legge nel sottotitolo “Diario clandestino di un giornalista precario”). Il testo è composto da dodici capitoli, ognuno dei quali rappresenta un’esperienza dell’autore: un’autobomba misteriosa nel centro di Napoli, un quartiere che assale una baraccopoli, le proteste per l’inaugurazione di una discarica; un breve compendio di quello che è avvenuto nella nostra città nel 2008. Tutto per giungere ad un solo obiettivo: far comprendere la difficoltà della maggioranza dei precari di “arrivare alla fine del mese”.
“Viaggio attraverso le piaghe cittadine […] crollo del mito del giornalista ricco” le parole di Rosalba Monaco (Presidente dell’Associazione “Donne e imprenditrici a Napoli”) alla presentazione, “Il giornalista comune non è quello del TG1”, questo il sintetico ma decisamente chiaro commento di Giuliana Covella (giornalista e scrittrice) anche lei oggi a coadiuvare il collega. Caserta, Firenze, Milano sono solo alcune delle città dove “Scripta” è stato presentato e accolto con “partecipazione e attenzione nei confronti della condizione della città e della categoria" dei giornalisti precari. Sicuramente non rimarrà un’esperienza isolata quest’opera come l’autore ha sottolineato; il libro, nato di pari passo con la”sua finestra” (ovvero il suo blog personale) è soltanto l’inizio, un punto di partenza per una discussione più ampia sulla condizione del precariato. Il primo “alleato” di questa piaga è la solitudine come Giuseppe Manzo spiega ed è per questo che, attraverso la sua attività di coordinamento, intende “creare un punto di aggregazione” per i colleghi, per far sì che non attendano “l’occasione che cambia la vita” senza che venga rispettata “la dignità del lavoro”.






