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Il napoletano che domò gli afghani di Stefano Malatesta

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Copertina libro

Da anni ormai l’Afghanistan è al centro della politica estera americana, oscillante soprattutto negli ultimi tempi tra l’invio di rinforzi per una stretta finale sui talebani e una exit strategy che preveda un accordo con questi ultimi.

L’Afghanistan è stato per secoli un paese al centro delle mire geopolitiche delle grandi potenze ma al tempo stesso luogo indomabile, come dimostrato dalle due guerre anglo-afghane dell’Ottocento (soprattutto la prima del 1839-1842), raccontate in un libro di una bellezza straordinaria come “Il Grande Gioco” di Hopkirk (edizioni Adelphi), e la disfatta nella guerra del 1979-1989 dell’ormai scomparsa Unione Sovietica.

 

Proprio quest’estate, paradossalmente quasi in contemporanea con la sostituzione del generale McChrystal con il generale Petraeus al comando delle forze Nato in Afghanistan, ho avuto la fortuna di imbattermi in un libro a metà tra storia e leggenda, Il napoletano che domò gli afghani di Stefano Malatesta, edizione NeriPozza.

 

Malatesta narra, con una prosa leggera e godibile, la storia di un generale “napoletano” (nella realtà è di Agerola, vicino Amalfi), tale Paolo Avitabile, che dopo varie battaglie combattute in Europa decide di diventare mercenario e viene assoldato prima dallo Shah di Persia e successivamente finisce a Lahore e a Peshawar (attuale Pakistan) al servizio di Rajit Singh, fondatore dell’impero sikh.

Avitabile viene nominato governatore di Peshawar da Singh per mettere ordine in quella città caotica e affollata di criminali, un compito non facile che però Abu Tabela (nome con cui veniva chiamato dagli Afghani) porterà a termine governando con pugno di ferro e con metodi da far impallidire anche i più feroci criminali (impalando, squartando, gettando dalle cime dei minareti criminali e non).

Dopo centocinquant’anni il nome di Abu Tabela è ancora utilizzato, secondo Malatesta, come spauracchio dalle madri di Peshawar per frenare la vivacità dei propri figli.

Avitabile oltre che un uomo crudele si rivela però anche un valido generale e dotato di un pragmatismo tale che, come è scritto nella premessa del libro, “i generali inglesi dicevano che gli afghani guardavano al generale Avitabile con lo stesso timore e la stessa ammirazione con cui gli sciacalli guardano la tigre”.

Malatesta ripercorre quindi le vicende che vedono protagonista Avitabile fino alla sua morte, evento poco chiaro che getta un’ombra sulla fine del generale da letteratura gialla.

Nel testo sono contenute inoltre una serie di immagini, di mappe e caricature che danno un quadro completo dei posti e dei personaggi.

Altro aspetto interessante del libro è dato dal racconto fantasioso contenuto nel capitolo finale di un possibile incontro-scontro tra Avitabile e Garibaldi a Calatafimi (impossibile nella realtà dato che Avitabile muore nel 1850) scritto per gioco da Malatesta ma comunque pieno di dati storici reali sull’entità delle forze borboniche e garibaldine (ripresi dal libro Storia militare del Risorgimento).

Il napoletano che domò gli afghani è un libro che nonostante i molti riferimenti storici si legge con facilità grazie al linguaggio diretto e discorsivo dell’autore.

Il personaggio di Avitabile, come descritto nel libro, ha una caratterizzazione così forte e prorompente da non lasciare al lettore alcuno spazio per interrompere la lettura.

 

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