Arrivato anche nei cinema italiani La regina dei castelli di carta, l’ultimo film della trilogia Millennium, è il momento di tirare le somme. Il terzo film della trilogia chiude così l’attesa dei milioni di fan di uno dei più grandi fenomeni editoriali degli ultimi anni.
Non è un caso infatti che sia difficile separare il pubblico esclusivamente letterario da quello cinematografico, non quando un’opera letteraria (di mole considerevole tenendo conto delle quasi 2300 pagine complessive) risulta così unitaria e, soprattutto, quando la trasposizione cinematografica così attesa promette una messa in scena tanto fedele. Che sia un fenomeno infatti, anche senza scomodare importanti critici o editori, lo si capisce dai numeri: i libri di Stieg Larsson sono stati tradotti in 30 paesi e in Europa hanno venduto quasi 8 milioni di copie.
I tre romanzi, Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta, pubblicati postumi per la prematura morte di Larsson (il caso ha voluto che morisse come uno dei suoi personaggi, stroncato da un infarto mentre si recava in redazione) per la prima volta in Svezia tra il 2005 ed il 2007, e pubblicati in Italia da Marsilio, sono arrivati nelle sale cinematografiche di mezzo mondo diretti da Niels Arden Oplev e con cast tecnico quasi esclusivamente nordeuropeo.
La scelta, quindi, è stata quella di mantenere la realizzazione nei luoghi che hanno ispirato Larsson e mantenersi il più possibile fedeli alle atmosfere originali dei libri.
Coraggiosa è stata la scelta del cast. I due personaggi protagonisti dell’opera, il giornalista Mikael Blomkvist e l’atipica eroina Lisbeth Salander, sono stati interpretati da Michael Nyqvist e Noomi Rapace, star svedesi, il primo reso famoso da fiction televisive e la seconda conosciuta come attrice teatrale.
La costruzione narrativa di Stieg Larsson parte proprio dall’interazione dei due personaggi. Blomkvist è un famoso giornalista esperto d’economia, la cui carriera sfocia in vere e proprie missioni da detective. Ingaggiato da un anziano uomo d’affari per far luce sulla scomparsa della nipote si troverà ad indagare su fatti avvenuti quarant’anni prima. Lisbeth Salander, giovanissima hacker e mente geniale affetta però da problemi comportamentali, lavora per un’agenzia di sicurezza. Le loro strade si incrociano ed inizia la collaborazione, da cui non sono esclusi risvolti sentimentali, nucleo importante della trilogia. Se questa, ovviamente per grandi linee, è la trama del primo libro (e di conseguenza del primo film) gli altri due romanzi vedono Lisbeth Salander come protagonista. Perché la vita di Lisbeth è costellata di violenze? Perché è stata rinchiusa fin da piccola in una clinica? Cosa nasconde il passato della giovane hacker? Negli ultimi due capitoli della trilogia si scoprirà la verità. Una verità sconvolgente che chiama in causa le istituzioni svedesi e i servizi segreti deviati.
Ma nel complesso la trasposizione non rende giustizia al mondo creato da Larsson. Interi filoni narrativi vengono tagliati, alcuni personaggi vengono ridimensionati, qualcuno scompare del tutto. Credere che romanzi e film debbano utilizzare lo stesso linguaggio è stupido, aspettare una fedele realizzazione in immagini di quanto si è letto è forse pretendere troppo. Non quando però la dichiarazione d’intenti di una produzione è quella di mantenersi il più vicino all’opera originale. Se nel primo film vengono almeno tracciati in maniera fedele i profili di Lisbeth e Mikael, negli altri due, in cui la potenza della giovane ribelle dovrebbe dimostrarsi, c’è una discesa verticale verso la mediocrità. Una scusante plausibile è la vastità del materiale da cui attingere. Alcune trame secondarie però potevano essere trattate in maniera migliore o almeno non eliminate radicalmente. Su tutte, il rapporto complicato tra Mikael ed Erika Berger, sua collega nella redazione di Millennium (il giornale da cui la trilogia trae il nome), trama si secondaria, ma così precisa nei tre libri, così rassicurante nell’intimità che traspare dal loro rapporto, che ridotta a qualche effusione prima di tornare a casa dal lavoro, o in qualche rapporto occasionale, lascia un vuoto incolmabile.
E proprio nei due film in cui lo spessore di Lisbeth Salander, forte eroina sempre in contrasto con se stessa, dovrebbe venire fuori, viene ridotta ai tatuaggi con cui nel corso degli anni ha ricoperto il proprio corpo o nelle scene d’azione in cui mette in mostra i muscoli. E sono problemi non derivanti dall’interpretazione, che non si può definire in altro modo se non ottima, di Noomi Rapace. L’attrice, oltre ad aver trasformato il proprio corpo rendendolo uguale al personaggio descritto da Larsson, appassionata di Boxe, magra e minuta, ma muscolosa e veloce come una vespa (Wasp è il suo nickname da Hacker), riesce con i suoi molti silenzi, con le sue esitazioni, con lo sguardo acuto - quando la sua interpretazione non è limitata dalla postproduzione - a mostrare l’anima tormentata della tormentata Lisbeth.
Chi può dire se una produzione più grande, parliamo ovviamente di una produzione hollywoodiana, avrebbe potuto fare di più. In conclusione, non si può fare a meno di notare quanto l’intera operazione, forse per non perdere la possibilità di cavalcare l’onda del successo, sia risultata frettolosa. Sembra mancare un grande lavoro alle spalle, che forse, proprio in nome di quel grande successo di pubblico, avrebbe meritato la trasposizione cinematografica.
Si è discusso molto dell’effettivo valore della trilogia. Specialmente nell’ambito critico letterario. L’opera di Larsson ha venduto tantissimo ma, allo stesso tempo, ha attirato su di se critiche pesanti. L’attacco più evidente è stato quello di Carlo Fruttero, uno dei maestri del giallo italiano, che ha definito Uomini che odiano le donne Una brodaglia scritta non col computer ma dal computer in un articolo su La Stampa (2009). Le accuse che la critica ha mosso contro Millennium sono le più varie: la monotonia, la mancanza di uno stile unitario se non nel suo essere freddo, la semplicità con la quale si può leggere, l’essere costruito completamente a tavolino.
E’ indubbio che l’opera di Larsson rientri in quel genere che facilmente può essere definito di consumo. Ma il fatto che un’opera venda esclude che ci sia alla base un valore diverso, uno scopo che non sia il solo ritorno economico?
Chi considera il fenomeno Millennium un fenomeno esclusivamente commerciale dimentica lo spessore del suo autore. Stieg Larsson, prima di dedicarsi alla stesura della trilogia (in realtà si tratta di un’opera incompiuta, Larsson aveva progettato ben 10 romanzi), è stato un giornalista impegnato nel monitoraggio dei nuovi fenomeni di estrema destra e neonazisti, fondatore di Expo (in Europa una delle più importanti riviste antirazziste) e consulente di Scotland Yard. Ciò che è sembrato evidente fin dall’inizio - diventato meno evidente nel momento in cui i romanzi hanno iniziato a vendere attirando quindi antipatie e malumori - è che la Svezia che Larsson ci mostra non è il paese civile e privo di violenza che tutti immaginiamo. Larsson parla dei traffici di minorenni, della prostituzione, della dubbia condotta dei servizi segreti. Scrive delle violenze sulle donne, degli episodi di razzismo e sessismo, di quanti pregiudizi ci siano in un paese entrato nell’immaginario collettivo come patria della civiltà. Dimenticando questo, non possiamo fare altro che giudicare in modo errato.
Per quanto riguarda lo stile, i critici dovrebbero almeno concedersi il beneficio del dubbio: e se fosse voluto? Lo stile “freddo” (ed anche su questo banale termine si dovrebbero scrivere pagine e pagine), se non fosse dovuto ad incapacità ma alla volontà di raccontare una storia nella maniera più chiara possibile, nel modo più semplice, avvicinandosi a quelle storie popolari che tanto lo appassionavano? Se ci fosse la volontà, tramite personaggi così stereotipati (questo è uno dei punti su cui la critica negativa sembra avere più ragione: è così forte la volontà di rendere Lisbeth e Mikael non stereotipati che finiscono per essere un accumulo di chliché) di far risplendere le vicende in un’atmosfera epica e di renderle resistenti per sempre al passare del tempo, immortali?
Millennium è già cultura popolare. I suoi personaggi, sopravvissuti già al suo autore, continueranno ad apparire vivi anche senza altri romanzi. E’ questo che infastidisce la critica più esigente?
(Foto Noomi Rapace: di Ikeisenhower)










Commenti
Delle critiche che ho letto in giro per la rete ho notato che,, i detrattori non capiscono perchè Larsson è diventato fenomeno letterario per libri scadenti, che paiono scrtti dal computer etc.. etc
Da un giornalista impegnato socialmente, e profondo conoscitore del neonazismo ed estrema destra, cosa si pretende... una specie di Guerra e pace? un esempio di "alta" letteratura ?
Apprendere che Larsson è uno che non guarda la realtà sociale del suo Paese dall'alto di una torre mi ha fatto apprezzare ancora di più i suoi libri.
Chiedo scusa per lo sfogo,
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