Hermann Nitsch, canuto, barbuto e panciuto uomo di origini viennesi, nel 1957 concepisce l’idea del Teatro delle Orge e dei Misteri (OTM), una nuova forma di opera d’arte totale in cui si mettono in scena azioni reali che coinvolgono la globalità sensoriale degli spettatori.
In una sorta di sintesi tra catarsi aristotelica e liberazione freudiana il nostro babbo natale austriaco teorizza la necessità di esternare tutte le pulsioni sadomasochistiche che, trattenute, inquinerebbero la vita quotidiana. Nella pratica, i membri del gruppo organizzano spettacoli violenti con rituale macellazione di vittime animali e conseguente spargimento di sangue. La prima Aktion si svolge nel dicembre 1962 a Vienna e dura circa 30 minuti: un uomo incatenato come fosse crocifisso viene coperto con un lenzuolo bianco e attende che l’artista-sacerdote gli versi sul viso del sangue animale che a sua volta si riversa sul lenzuolo.Il modo in cui il sangue si fissa sulla superficie del telo, scorrendo liberamente verso il basso, costituisce la tecnica principale utilizzata da Nitsch per la creazione degli Shuettbilder, o “dipinti versati”, specie di sindoni, che caratterizzano la sua produzione artistica e costituiscono parte consistente del suo business.
Questi dipinti, considerabili a rigore dei “relitti di performance”, come si può facilmente intuire non brillano per varietà compositiva: più che esprimere un concetto essi vogliono comunicare un emozione che è solo vagamente intellegibile, una repulsione/attrazione per ciò che il sangue trasmette a livello organico e simbolico, una forza primordiale che è quella della morte e della vita, della passione e della violenza.
Questo curioso personaggio, dodici anni dopo avervi tenuto una spettacolare Aktion nella vigna di san Martino, datata 1996, a Napoli si è guadagnato uno splendido spazio interamente dedicatogli, articolato sui tre livelli, magistralmente restaurati, dell’ex centrale elettrica del teatro Bellini, situata in via Pontecorvo, nel cuore del quartiere Avvocata.
E’ qui che si è tenuta, sabato 11 settembre, l’inaugurazione di alcune nuove sale del Museo che raccolgono i relitti dell’ultima Aktion napoletana, svoltasi nel maggio di quest’anno. L’occasione, presieduta dallo stesso Nitsch e dal suo referente napoletano Peppe Morra, ha visto la partecipazione di alcuni giovani curiosi, di eccentrici fanatici, e del fior fiore della borghesia partenopea. A metà dell’evento varca la soglia anche l’ingegner Corrado Ferlaino, per lo più ignorato dagli astanti.
Dopo un breve discorso introduttivo, Peppe Morra passa il microfono all’artista, che abbozza un ringraziamento in un italiano incerto.
Inizia così la proiezione di un documentario, che introduce brevemente l’OTM e ricorda la scorsa mostra tenutasi sempre nel maggio di quest’anno al Pio Monte della Misericordia, a Napoli, e che illustrava presunti legami di parentela tra Nitsch e nientepopodimeno che Caravaggio.
Subito dopo si annuncia la proiezione di altri video sulla terrazza esterna e la messa in scena di un’azione di una “bravissima allieva del maestro Nitsch”, in una delle sale interne. Si assiste così alla bipartizione della folla. I più curiosi e probabilmente meno avvezzi si riversano all’interno.
Ciò che li aspetta è una donna completamente nuda, dal corpo giovane e ben tornito ma dai capelli grigi, bendata e distesa sul pavimento, rigida, gambe chiuse e braccia distese lungo i fianchi, vaporosi peli pubici bene in vista. Come un meccanismo dotato di accensione automatica, il corpo inizia d’improvviso a muoversi. Alza le braccia, abbassa le braccia, ruota il collo, spalanca le cosce, prima alla sua destra e poi alla sinistra, offrendosi democraticamente al suo pubblico, senza favoritismi di parte. Continua così a lungo: uno, due, tre respiri, apre, uno, due, tre respiri, chiude. Continua così a lungo: uno, due, tre quarti d’ora.
Qualche giovane hippie ridacchia, molti scattano foto senza sosta, signore lustrate e agghindate osservano ammirate, Nitsch presiede il tutto, comodamente seduto, rubicondo come al solito, con aria soddisfatta, stringendo mani e sorseggiando vino.
Dal canto mio, dopo “solo” una mezz’ora di apri, chiudi, ruota, mi ritengo abbastanza annoiata. Già non particolarmente vicina a questo tipo di “arte d’azione”, non riesco per giunta qui a scorgere alcuna rappresentazione, e quindi alcuna arte. Non c’è neanche una qualche finzione di sacrificio, nessuna messa in scena. Mi vien detto che questa signora è un’attrice, ma io vedo solo un corpo, che non trasmette alcuna emozione e che non offre neanche il suo sguardo alla comunicazione.
Decido dunque di approfittare della presenza dello stesso artista ed ispiratore di tutto ciò per togliermi questa curiosità. Intercetto una sedia momentaneamente libera e gli prendo posto accanto. Al colmo dell’emozione, riesco a rivolgermi a lui: “Maestro, mi dica due parole su questo, non mi è chiaro, mi illumini”. Prevedibilmente seccato dal mio sguardo e dalla mia presenza insolente, mi risponde a stento “Tu guarda, guarda!”.
Io guardo, guardo, e più guardo più mi rendo conto che oggi arte è ciò che si riesce a spacciare per tale. Mi rendo conto che i mezzi oggi sono – purtroppo e per fortuna – a disposizione di tanti, e che bastano un po’ di soldi e una discreta abilità di marketing per lanciare una moda, un artista, una “rivelazione”. È il mercato culturale, non poi di tanto differenziato a seconda dei target: prodotti semplici e poveri per il popolino, prodotti semplici e poveri per i più esigenti, ma impreziositi da una sottile vernice di filosofia, religione e misticismo.
Come sostiene il professor Renato De Fusco, architetto e storico dell’arte napoletano nel suo libro Storia dell’arte contemporanea, «Come tante altre manifestazioni della neoavanguardia, la Body Art (tra cui De Fusco annovera anche l’OTM di Nitsch, ndr), non dovrebbe ormai far scandalo ma, al di là della ripugnanza fisica verso molte delle sue espressioni, (…) non si può eludere la domanda sulla sua reale valenza artistica. (…) Ora, finché gli artisti che operano sul proprio corpo recitano, fanno “finta di” ferirsi, compiere atti sessuali, manipolare le proprie feci, ecc., si può ancora parlare di fatto spettacolare con probabili esiti artistici. Viceversa, se queste operazioni sono vere, si effettuano “per natura” e non “per convenzione”, siamo lontani da qualunque implicazione linguistica sia estetica che artistica. Né, ovviamente, il solo fatto che ciò accada in pubblico può riconoscersi come fenomeno d’arte, perché l’esibizionismo di tanta Body Art resta una manifestazione psicopatologica senza tradursi necessariamente in espressione artistica».
D’altronde Nitsch pare intraprendere un’accanita battaglia contro ogni tipo di simbolo: «Se intendo ottenere una pura, alleggerita contemplazione della sostanza – dichiara – devo invertire lo sviluppo del linguaggio e della formazione del simbolo.»
Non dal segno alla realtà dunque, ma dalla realtà al segno.
In conclusione, ognuno è libero di farsi un opinione. Non di gusto, ma di senso.







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